Tuccio di Credi, del resto, soffriva anche lui la sua parte. S'era fatto più cupo e più verde del solito. Quella potenza d'ingegno che niente bastava ad uccidere, nè la perdita di Fiordalisa, nè un matrimonio fatto a suo mal grado, gli riusciva molesta. Di sicuro, egli non poteva argomentarsi di competere mai con Spinello Spinelli. Egli era uno di quegli artisti che restano sempre sull'uscio, che hanno preso un pennello a caso come altri prenderebbe una scopa, e vanno avanti senza sapere il perchè, imparando il meccanismo dell'arte, per ridurla ad un mestiere che più oltre non saprebbero intenderne.
Ma anche condannato a restare sull'uscio, e consapevole di quella condanna, Tuccio di Credi sentiva la gelosia, questa brutta sorella dell'emulazione. Vedeva Spinello salire sempre più nella estimazione delle genti, triste, ma operoso, anzi più operoso quanto più era triste. Nè solo Arezzo chiedeva miracoli d'arte a Spinello Spinelli, ma anche molte altre città di Toscana. Lo aveva voluto la famosa Badia del Camaldoli in Casentino; lo aveva voluto Firenze, nella Badia degli Olivetani, in San Miniato al Monte; lo aveva voluto Pisa per il suo Camposanto, maraviglia dell'arte e della pietà italiana; lo voleva Pistoia, per la sua chiesa di Sant'Andrea.
Tuccio di Credi aveva portati in pace, o giù di li, gli inviti del Casentino; aveva mandati giù, senza troppo dolersi, gl'inviti di Firenze; aveva rizzato muso agl'inviti di Pisa, ma non si era arrischiato a dir nulla. Ma non portò in pace, non mandò giù, non lasciò correre senza proteste, gl'inviti di Pistoia. O perchè? Aspettate, lettori umanesimi, e vedremo di sapere anche questo.
Per intanto, sappiate che Tuccio di Credi si dichiarò contrario al viaggio di Pistoia. La città delle fazioni, anzi la culla, perchè lassù erano nate e di là s'erano propagate per tutta la Toscana, non era fatta per Spinello Spinelli. Il suo ingegno avrebbe trovato ammiratori, ma anche detrattori in buon dato. Voleva egli che la sua eccellenza nell'arte fosse contrastata? Voleva proprio comperarsi co' suoi danari un amarissimo pentimento? Andasse allora a Pistoia. Ma se amava la sua quiete, se voleva provvedere degnamente alla sua fama, si contentasse di Firenze e di Pisa, di Arezzo, di Rasentino e di Siena.
Spinello non diede retta a Tuccio di Credi. Della sua fama gl'importava poco, dei detrattori anche almeno. Checchè ne pensasse e dicesse il suo compagno d'arte, egli aveva promesso e sarebbe andato a Pistoia.
Tuccio di Credi chinò la testa e non argomentò più nulla in contrario. Ma prima che il principale avesse fatta una risoluzione intorno a quel viaggio, Tuccio di Credi si presentò a Spinello Spinelli per prendere commiato da lui.
Spinello ebbe l'aria di cascar dalle nuvole.
—Come?—gli disse.—Anche tu hai risoluto di lasciarmi?
—Sì, maestro. Tanto non sono buono a nulla, e l'opera mia non potrebbe esservi utile più di quella d'ogni altro fattore.
—Andiamo, via! Buono a nulla!—esclamò Spinello, con accento di dolce rimprovero.