—È la coscienza che me lo dice;—replicò Tuccio di Credi;—e perciò vi domando licenza di andarmene.

—Quando è così… se ad ogni modo lo vuoi, disse allora
—Spinello,—sia fatto secondo il tuo desiderio.—

Spinello era come tutti gli uomini i quali vivono raccolti in sè stessi, che non credono conveniente di far violenza amichevole con nessuno, poichè a lor volta non amano di essere oppressi dalla benevolenza altrui. Lasciò che Tuccio di Credi andasse con Dio, e il giorno seguente partì per alla volta di Pistoia.

Era solo, ma la solitudine non tornava uggiosa al suo spirito malinconico. Il pensiero che vaga dietro allo immagini del passato prova una voluttà tutta sua nel trovarsi abbandonato a sè stesso, non obbligato a seguire, anche per poco, il pensiero degli altri. E Spinello fu più calmo a Pistoia, che non fosse a Pisa o a Firenze. La valle dell'Ombrone gli recò un senso di pace, che doveva tornargli nuovo, poichè della pace, come della allegrezza, egli aveva quasi perduto il ricordo.

La città, sebbene scaduta alquanto dell'antica grandezza, per le ire cittadine ond'era stata così lungamente travagliata, era bella a vedersi, per la quieta grandiosità delle sue vie, come per la elegante nobiltà, de' suoi monumenti. Pistoia non aveva avuto un'arte propria; nell'architettura aveva sentita da principio l'influenza dei pisani; nella pittura sentiva quella dei fiorentini. Ma fosse di Firenze o di Pisa, quella era sempre arte paesana. La Cattedrale, Sant'Andrea, il Battistero, San Giovanni Fuoricivitas, il palazzo del Podestà, erano saggi mirabili di quello stile che una critica poco degna del suo nome s'affanna ancora a chiamar gotico, laddove esso apparisce ed è prettamente italiano, e non ammette mistura di forme straniere se non in alcuni luoghi dove erano più vicini gli esempi, o più strette le relazioni con l'arte tedesca, normanna, araba, bisantina e via discorrendo. Quello che era avvenuto da noi per la lingua, che, scaduto l'idioma latino, riprendessero a mano a mano i loro diritti gli antichi dialetti italici, surrogando agli strascichi della magniloquenza romana le loro forme grammaticali più snelle e più efficaci nella loro medesima spontaneità, era avvenuto per l'arte. Lo stile romano si era imbastardito, per le ragioni che tutti sanno e che ad ogni modo non mette conto dir qui; doveva ritornare per conseguenza in onore l'antica forma toscana, più leggiera e più aggraziata, accettando necessariamente qualche cosa dal gusto dei dominatori o dai bisogni del tempo, e rimutando in nuova leggiadria una certa rozzezza d'ornati, che qua i bisantini, là i longobardi, avevano appiccicata agli artefici italiani.

Vi ho già detto che Spinello Spinelli era chiamato a Pistoia, per dipingere nella chiesa di Sant'Andrea, la vecchia basilica del XII secolo, pregevole per la severa nobiltà delle sue forme e per le sculture onde l'aveva arricchita Giovanni Pisano. Spinello Spinelli, andato a vederla, appena giunto in Pistola, fu contento di averci a lavorare. E tosto si diede a meditare qualche cosa che potesse rispondere alla magnificenza del luogo e alla buona opinione che i pistoiesi s'avean fatta di lui.

Spinello Spinelli era alloggiato, a grande onor suo, nelle case dei Cancellieri, antica e potente famiglia, ed una tra le due che avevano data la stura alle ire cittadine di Pistoia, dilagate poscia a Firenze, e via via per tutte le città e per tutte le borgate d'Italia. Ma, a proposito di ire cittadine, dov'era in quel tempo l'umor feroce di Pistoia a cui alludeva Tuccio di Credi? La città delle prime discordie posava da molti anni in pace, e ci fioriva liberamente la gentilezza naturale delle valli toscane, affinate da un certo che di arguzia montanina, per cui Pistoia la bella è rimasta famosa tra le vecchie città lucumoniche.

Nè solamente la città piaceva a Spinello Spinelli, ma eziandio e più particolarmente la campagna. Fin dai primi giorni della sua dimora in Pistoia, tratto dall'amor solitario che in lui era diventato come una seconda natura, Spinello usava andare a diporto nel borgo, e di là fino al colmo di una collina piantata di querci, donde l'occhio dominava la gran valle dell'Ombrone e quella dell'Arno che le vien presso. Era quello il suo luogo prediletto. Spinello non aveva mai veduto una più larga distesa d'orizzonte; non aveva mai veduto uno spettacolo più bello di quella conca di verde e d'azzurro, nel cui primo piano si stendeva la turrita Pistoia e nel cui fondo biancheggiava Firenze, circonfusa di soavi vapori alla luce del sole.

Nelle sue gite quotidiane al Poggiuolo (che così si chiamava il suo colle prediletto) Spinello Spinelli aveva stretta amicizia con un vecchio contadino di lassù, sentenzioso come tutti i vecchi montanini e garbato come tutti i contadini della montagna pistoiese. Pasquino dava il buon giorno o la buona sera al giovine forestiero, gli offriva una tazza di latte, che Spinello ricusava quasi sempre, non accettando che un bicchier d'acqua della Brana, picciolo ruscello che correva al piano, tra la costa del Poggiuolo e quella di Colle Gigliato,

Spinello aveva preso ad amare il vecchio Pasquino. E Pasquino che aveva veduto il forestiero con una cartella rilegata in pelle, entro a cui erano parecchi fogli di carta che il giovinetto andava spesso coprendo di disegni a matita, aveva preso a stimar grandemente il pittore.