—E anche da tre anni messer Lapo Buontalenti è venuto ad abitare nei nostro contado. Quel castello e il podere che ha intorno gli sono toccati in eredità, dopo la morte di un suo zio materno, che fu messer Roselino Sismondi. E quando venne, aveva giù con sè quella bella creatura. Dovrebb'essere una sua parente orfana,—soggiunse discretamente il vecchio Pasquino,—perchè è venuta a dimorare con lui, senza essere ancora sua moglie. Anzi, sulle prime, noi s'immaginò che lo fosse già; ma le nozze celebrate un anno dopo, ci hanno fatto ricredere.

—Un anno dopo;—ripetè Spinello Spinelli.—-Dunque, due anni fa?

—Sì, messere, per l'appunto, saranno due anni a San Michele.

—Due anni fa!—mormorò Spinello, crollando mestamente il capo.—Due anni fa mi sono ammogliato anch'io.—

E questa doppia coincidenza lo colpì. In verità era strano il fatto che il Buontalenti, partito d'Arezzo poco prima che la morte di Fiordalisa ne cacciasse anche Spinello, prendesse moglie nello stesso tempo di lui. E la donna era un'aretina? Condotta via da messer Lapo, quando aveva abbandonata la sua terra? In Arezzo, di quel fatto, non si aveva cognizione; o almeno nessuno ne aveva fatto cenno a Spinello. O fors'anche Spinello, nella tristezza ond'era tutto compreso, non ci aveva fatto attenzione.

Comunque fosse, la cosa era strana e colpiva di stupore la mente di Spinello Spinelli. Come mai, pensava egli, come mai messer Lapo Buontalenti, che la voce pubblica diceva invaghito della figliuola di mastro Jacopo, aveva potuto amarne un'altra così presto? E che necessità di bandirsi da Arezzo, se con un'altra doveva partire? Dopo avere a lungo almanaccato su quel fatto, Spinello si accostò all'idea che messer Lapo avesse amato madonna Fiordalisa come poteva amare un pari suo, per il solo desiderio di possedere colei che tutti celebravano bellissima tra le fanciulle d'Arezzo, e che il rifiuto di mastro Jacopo non avesse ferito il suo cuore, ma piuttosto il suo orgoglio smisurato.

Ma chi era l'aretina che aveva così presto consolato il Buontalenti della patita ripulsa? Una strana curiosità s'era infiltrata nell'animo di Spinello Spinelli. Dico strana, perchè in fondo non doveva importargli molto di conoscere un nome, e tuttavia il suo pensiero tornava con una certa insistenza a quella pallida castellana, intravveduta nel racconto del vecchio Pasquino. Forse era da ascrivere la cosa a un senso di gentile pietà, naturalissimo in un cuore ben fatto come il suo. Egli, invero, pensando alla signora di Colle Gigliato, rammentava la bella e infelice Pia de' Tolomei, di cui si narrava la storia lagrimevole, resa popolare dai versi di Dante, popolarissimo allora.

Quel giorno, scendendo dal poggiuolo per ritornarsene in città, si mise per una via che non aveva ancor fatta; di guisa che, scambio di rientrare in Pistoia da porta al Borgo, rientrò da porta San Marco. Avrete già indovinato da questo cenno che Spinello Spinelli si calò verso il letto della Brana, per costeggiar le falde di Colle Gigliato e rasentare la villa del Buontalenti, cinta da un muro nerastro, che si vedeva tutto rivestito d'edera e sormontato dalla frappa scura dei nocciuoli e degli elci.

Lì presso, nel greto della Brana, il nostro pittore s'abbattè in una povera donna che stava lavando alcuni pannilini all'acqua corrente. La donna lo salutò, secondo il costume dei contadini, ed egli, resole cortesemente il saluto, si fermò a dimandarle:

—Sposa, sapreste voi dirmi a chi appartiene questo castello?