Spinello rimase sconcertato, con una fiera curiosità in corpo, e con tutta l'impazienza che no doveva conseguire. Che cosa significava quel misterioso viaggio? E non era possibile che risguardasse anche quella povera vittima, che portava il nome gentile della sua Fiordalisa?

Agitato da questi sospetti, uscì verso l'ora di vespro dalla porta del Borgo. Messa la sua spada al fianco e il pugnale alla cintola, gittato un mantello sulle spalle e calata la berretta sugli occhi, andò di buon passo verso la collina. Ma come fu alle falde del Poggiuolo, non ascese altrimenti per l'erta, e proseguì il suo cammino verso il letto della Brana.

Aveva portata, per ogni buon fine, la sua cartella da disegno. Appena ebbe passato il torrente e fu in vista del castello dei Buontalenti, andò a sedersi sulla proda d'un campo, fingendo di copiare qualche cosa dal vero, ma volgendo gli occhi curiosi qua e là, e più spesso al muro nerastro che girava torno torno alla villa. Un terrazzino di pietra sporgeva dal ciglio del muro. Se la donna del castello usava uscire ogni sera all'aperto, come diceva Pasquino, certamente doveva andar là, ed egli, dal suo osservatorio, l'avrebbe veduta senz'altro.

Il sole calava, in una gloria di fiamme, dietro la collina di Serravalle, che chiude la valle dell'Ombrone da quella della Nievole. Tutto ad un tratto, Spinello vide comparire sul ciglio del muro nerastro una figura di donna. Era la dama del castello Buontalenti; lo dimostrava assai chiaramente la nobiltà delle vesti e l'eleganza delle forme.

Giunta al terrazzino, la dama si fermò. Quella doveva essere la meta delle sua passeggiate quotidiane. Era venuta con passo lento, come persona stanca; poscia, rimasta un tratto in piedi davanti alla balaustrata, si era adagiata sopra un sedile, sporgendo per mezzo il busto dal davanzale di pietra.

Spinello si alzò dal suo posto, col cuore tremante, e andò verso il recinto della villa. Che cosa intendeva di fare? In verità non lo sapeva neppur egli. A mano a mano che si accostava al muraglione e la figura s'innalzava davanti a lui, uscendo in risalto sul fondo azzurro chiaro del cielo, la commozione del giovane si andava tramutando in stupore. Dei immortali! Quel viso bianco, che gli appariva da lunge, non rammentava il tipo di madonna Fiordalisa, ma dell'antica, della figliuola di mastro Jacopo, della sua fidanzata? Già gli pareva di riconoscere l'atteggiamento consueto di quella graziosa testa, il cui contorno era così armoniosamente rigirato. Accostatosi vieppiù, riconobbe il profilo soave del volto, la fronte prominente, incoronata dalle ciocche ricciolute dei capegli neri e lucenti, l'occhio profondo e pieno d'espressione, la bocca tenue, aperta ad un languido sorriso, che non era sempre di gioia, e il mento, sì anche il mento, quel mento arguto e tondeggiante di paggio, che era stato una volta l'argomento delle sue ammirazioni.

Ma egli, per allora, non doveva ammirare con occhi d'artista, o d'innamorato, come prima faceva. Era attonito, abbacinato da quella stessa rassomiglianza, che gli cresceva allo sguardo. Come fu a cinquanta passi dal muro, si fermò, levando gli occhi, per guardare più attentamente la dama. Dio santo! Era lei, era la sua Fiordalisa, o uno spirito maligno ne aveva assunta la forma, per farsi giuoco di lui.

Confuso, sbalordito, e nondimeno anche più attratto da quella cara visione, Spinello tese le braccia verso il terrazzino e con impeto di amore gridò:

—Fiordalisa!

—Chi mi chiama?—domandò la gentildonna, chinando gli occhi a' piedi del muro, dond'era venuta la voce.