—Sì, madonna, vo subito. Oh, disgraziato giovane! Così buono, così gentile! Non si direbbe l'arcangelo Gabriele! L'ho conosciuto ieri…. Chi m'avrebbe mai detto che oggi….

—Va, corri,—gridò madonna Fiordalisa.—Ma bada, non una parola al castello!

—Non dubitate, madonna; prenderò ogni cosa nelle mie stanze.—

Così dicendo, monna Cia, ottima donna, andò speditamente lungo la redola che metteva al castello. Madonna Fiordalisa rimase sola accanto a Spinello, che, povero lui, durava fatica a riaversi.

Infelice Fiordalisa! Anche lei, che il caso metteva di punto in bianco, senza preparazione, a faccia a faccia con Spinello Spinelli, anche lei era degna di compassione. Lo stato dell'animo suo non si descrive, come non si descrivono le commozioni violente. In qual modo era avvenuto quel ravvicinamento improvviso? Spinello aveva dunque ritrovato il suo nascondiglio, dopo tre anni di ricerche? Quando mai gli era balenato il sospetto che ella non fosse morta? E quando, e come, il sospetto si era tramutato in certezza? Anch'egli aveva profanata la santità d'una tomba, per giungere alla scoperta del vero? E come era vissuto fino a quel giorno? E come, e perchè, quella cerimonia nuziale, per cui Spinello si era allontanato da lei? Ma anche ella non si era allontanata da lui? Non apparteneva ella ad un altro? Ahimè, triste cosa; le due anime che un primo amore aveva congiunte, il destino le aveva separate per sempre.

Com'era avvenuto ciò? Spinello, tornato finalmente in sè, doveva udirlo dalle labbra di madonna Fiordalisa. Fu un doloroso racconto, che lo fece fremere di raccapriccio e di sdegno.

Fiordalisa era morta per i suoi cari; messer Giovanni da Cortona, chiamato al letto della vergine, aveva dato il triste responso. E morta appariva per tutti, e la compagnia della Misericordia era andata a prendere con gran pompa la bella salma, per chiuderla in un modesto avello, nel chiostro del Duomo vecchio. Ma Fiordalisa, come vi sarà facile immaginare, non aveva memoria di ciò. Rammentava l'improvviso malore ond'era stata colpita, in mezzo alle gioie domestiche, e rammentava d'essersi risvegliata alla coscienza di sè, in una camera sconosciuta. Si sentiva spossata, senza volontà, con una gran propensione a riaddormentarsi. Infatti, le era avvenuto di assopirsi, e di quelle ore non ricordava che brevi intervalli, come pallidi chiarori in un buio fitto, nei quali si sentiva trasportata verso una meta ignota, da uomini prezzolati, tra cui non spiccavano che due figure: quella del Buontalenti, che l'aveva turbata, e quella d'uno scolaro di suo padre, che l'aveva atterrita, poichè le lasciava indovinare il tradimento, ond'era stata vittima, e tutto il peggio che doveva toccarlo in futuro, senza alcuna speranza di salvezza. Infine, che più? Ella si era veduta in balla di due feroci che l'avevano amata; e uno di costoro la dava in preda all'altro; il più povero la vendeva al più ricco.

E non poteva resistere; le mancava perfino la forza di gridare al soccorso. Poco stante, non aveva più veduto uno dei due traditori. L'altro, messer Lapo Buontalenti, restava padrone del campo. Ella era chiusa in una lettiga, che viaggiava di notte, scortata da un drappello d'uomini armati, secondo l'uso del tempo, per le vie maestre, così poco sicure al paragone d'adesso. Evidentemente, quelli erano i servi, i masnadieri di messer Lapo Buontalenti. A che le sarebbe giovato il gridare?

Messer Lapo era grave all'aspetto, severo ed arcigno come la vendetta che gli covava nel cuore. Ma quando gli occorreva di rivolgersi a lei, in atto di chiederle se avesse mestieri di nulla, assumeva un'aria tra impacciata e cortese. Non c'ora, per altro, da ingannarsi a quelle apparenze,

Quando Fiordalisa potè finalmente parlare, gli chiese risoluta: