E certo ella avrebbe parlato in tal forma, se Lapo le avesse domandato quali pensieri passavano per la sua mente, nelle ore più segrete, in cui il signore d'una donna s'atteggia più superbamente a padrone. Ma Lapo Buontalenti non chiedeva nulla. Egli era uno di quegli spiriti volgari, destinati a vincere nelle battaglie della vita, perchè hanno un'idea sola, e in quella appuntano tutti i loro desiderii, tutte le forze della loro volontà. Siffatti uomini, quando l'occasione li fa innalzare a più grandi propositi, appaiono anche uomini insigni, e si chiamano Cesare, o Napoleone, perchè, scambio di vincere una donna, hanno soggiogata la patria, caduta, per effetto di tristi circostanze, nelle condizioni miserande di una povera donna, che deve cedere senza fallo al più forte, e al più temerario. Per essi, nessun dubbio, nessuna perplessità, nessuna esitanza nell'animo; vanno diritti alla meta, godere e comandare, comandare e godere. L'impero del mondo è una posta, essi la giuocano. Non hanno guadagnato ciò che giuocano; l'hanno trovato sul tappeto verde e se ne sono impadroniti, approfittando della disattenzione di tutti. Che cos'è la morale per essi? Non sentono che il loro egoismo. E il mondo crede a queste povere teste; il mondo s'innamora di questi giuocatori audacissimi, da qualunque parte essi vengano, a qualunque fazione si ascrivano. Ed è forse perciò che tanti pensatori modesti, i quali hanno lungamente vagliato dentro di sè il pro ed il contro, delle cose umane non credono agli entusiasmi del mondo e vivono a giornata in questa cara Babele, senza pigliarla sul serio.

Spinello aveva ascoltata la confessione di madonna Fiordalisa, e le aveva fatta sinceramente la sua. La bella creatura udì per quali vie l'amor paterno di Luca Spinelli e l'odio astuto di Tuccio di Credi avessero vinto l'animo del suo fidanzato e fossero giunti a strappargli un sì che doveva renderlo felice per tutto il rimanente de' suoi giorni.

—Povera donna!—esclamò Fiordalisa.—Voi dovete amarla, oramai.—

Spinello crollò malinconicamente la testa.

—Ahimè, non è possibile;—risposa egli.—Ed ella lo sa.

—Come? Avete avuto il coraggio di dirglielo?

—Sì, madonna; era il debito mio. Veramente,—soggiunse Spinello,—vi parrà che il debito mio fosse anche di non condurla all'altare. Ma questo, voi sapete oramai come andasse. Lo stato dell'animo mio non poteva sfuggire all'occhio attento della povera Ghita; mi chiese che cagioni di turbamento fossero in me, e come avvenisse che nulla poteva rimuoverle dal mio spirito; ed ho parlato, le ho aperto, schiettamente, il mio cuore.

—E lei?

—Povera Ghita! Mi ha inteso e mi ha perdonato. Vedete, Fiordalisa, il suo perdono mi pesa. Oh, se m'avesse odiato! Se mi avesse tradito! Credetelo pure, io l'avrei benedetta, anche prima che voi foste viva, mia bella e dolce fidanzata. Rinchiudermi nel mio lutto, senza esser cagione di rammarico a lei, vivere con le immagini del passato, lasciando altrui di trovare le sue gioie nel presente, era questo il mio voto, era questo il mio sogno.—

Fiordalisa non rispose parola. Chinò la fronte e rimase pensosa, quasi ascoltando dentro di sè l'eco delle ultime parole di Spinello Spinelli.