Il sole si era nascosto allora dietro i monti pisani. Una brezza soave incominciava a spirare dal piano, recando alla giovine coppia le acute fragranze degli orti pistoiesi.
—E voi, Fiordalisa,—mormorò Spinello, dopo un lungo silenzio,—pensavate al vostro povero amico?
—Sempre;—rispose ella con un filo di voce.
—Angelo, ed io l'ho meritato, sapete? Ogni giorno della mia triste vita è stato un assiduo pensiero per voi, un ricordo continuo, doloroso e caro, delle mie speranze perdute. Oh Fiordalisa, come t'ho amata, e come t'amo tuttavia! Sorriso della mia giovinezza, ti ho dunque ritrovato? E non sei più mia! L'ira dei tristi ci ha separati. Ma è forse vero? L'amore che mi legava a te, dal giorno che ti ho veduta per la prima volta e ti ho votato il mio cuore, non dura eterno qui dentro? Fiordaliso, anima dell'anima mia, senti, è il destino che ci ha divisi, è il destino che ci ricongiunge. Non è desso che m'ha chiamato a Pistola? E contro il desiderio dell'infame Tuccio di Credi? Oh, quell'uomo, quell'uomo! Come dovrà pagar caro il suo tradimento! Perchè io lo ucciderò, sai, lo ucciderò come si uccide un rettile schifoso e malefico!—
Fiordalisa fremette a quelle parole di minaccia.
—No, Spinello, amico mio, non giurate la morte di nessuno. È la vostra Fiordalisa che ve ne prega. Chi siamo noi per farci giudici, dov'è la mano di Dio? E tu ed io,—soggiunse ella abbassando la voce,—siamo forse così puri, nel profondo dell'anima, per non aver mestieri di perdono davanti alla giustizia degli uomini ed alla misericordia di Dio?
—Ah!—gridò egli, colpito da quelle parole, e più dall'accento con cui erano stato profferite.—-Tu m'ami dunque, o Fiordalisa! Mi ami… come t'amo?
La bella creatura gli volse uno sguardo in cui si dipingeva tutta la confusione dell'animo suo, e cadde perduta nello braccia dell'innamorato Spinello.
Ore soavi, ore di cielo, chi potrebbe descrivere la vostra dolcezza infinita? Parole sussurrate da labbro a labbro, quasi paurose di essere udite dall'aria, chi potrebbe ridirvi? Quei due nobili cuori, separati dalla tristizia degli uomini, erano dunque resi a sè stessi, e si confondevano allora tanto più infiammati l'uno dell'altro, quanto più lunghi erano stati il desiderio e la pena? Si erano amati; si amavano. Il doloroso intervallo spariva; quei due cuori non avevano mai cessato di amarsi.
La luna, apparsa pur dianzi dal colmo del poggio, s'innalzò lentamente su per la volta azzurra: Ed essi erano là, immobili, ebbri di amore, gli occhi cupidamente fisi negli occhi, le braccia intrecciate alle braccia. Il mite chiarore dell'astro notturno, che pioveva sui due felici e pareva involgerli d'una velatura bianca, li faceva rassomigliare a due figure di marmo, che, aggruppate dal sentimento d'un gentile artefice, eternassero il loro amplesso nella radura d'un bosco; delizioso spettacolo d'amore, e veramente degno di essere contemplato dalle stelle. Quete notti della bella Toscana, in mezzo al cupo smeraldo dei poggi digradanti, al biancheggiare dei nitidi borghi in lontananza, al luccicare dei fiumi, serpeggianti in fascia d'argento lunghesso le valli, avevate mai accolta e accarezzata dal vostro raggio amoroso una felicità così piena?