Ella guardando lui, ed egli vedendo il creato negli occhi di lei, avevano dimenticato ogni cosa. Ma che cos'altro è un vero e forte amore, se non un profondo oblio! Respirare le dolci fragranze d'una guancia adorata, farsi collana di due candide braccia, è come affogare nell'infinito; anticiparsi il maraviglioso nirvana dei filosofi indiani. Sopra tutto, se duri tra voi e intorno a voi un grande silenzio, che vi dà l'illusione d'esser cullati sul flutto, in un mare senza sponde, e senza tempeste. Ogni piena allegrezza è naturalmente muta, la beatitudine non si dice; è la cosa sublime, ineffabile, che si tiene gelosamente in serbo, nel segreto dell'anima, per rammentarla nei giorni malinconici, d'ogni luce muti.
E poi, che bisogno avrebbero avuto di manifestarsi i loro pensieri a vicenda? Un linguaggio più tenero e più efficace parlavano quelle labbra ardenti, quegli occhi confusi di voluttà. E tacevano, intanto, ed ogni cosa taceva intorno a loro. Da lunge, si udiva solamente lo stridio dei grilli, monotono ma lene, che non urtava l'orecchio, ma conciliava il raccoglimento, e pareva la voce della natura, la nota della realtà, che dicesse loro: voi siete persone vive, non ombre vane; quel che sentite, è gaudio consapevole, non illusione del sogno.
Amore, amore! Quanti inni non ha sciolti per te l'anima umana ne' suoi impeti di poesia! Ma tu sei così vario e profondo, che nessuna forma dell'arte basterebbe a comprenderti. Tu non sei intiero in nessuno dei nostri cantici, perchè ogni cantico è in te. Scioglierò anch'io, gramo poeta, il mio inno alla tua potenza infinita? No, chiuderò gli occhi, e contemplerò i tuoi miracoli nella penombra delle mie ricordanze: evocherò il caro fantasma che meglio risponde alla tua immagine non mai ritratta da umano pennello. E a me, pur troppo, non risponderà da lontano il monotono e lene stridìo dei grilli canterini; la voce della natura, la cara nota della realtà, sarà muta per questo povero cantastorie.
Mentre io parlo, ricordando troppo, ed essi tacciono, dimenticando ogni cosa e vivendo un'eternità nello spazio d'un'ora, un fruscio della frappa s'è udito tra le piante.
All'improvviso rumore, Fiordalisa tremò; Spinello balzò prontamente in piedi tendendo l'occhio sospettoso e l'orecchio. Ambedue rimasero lungamente in ascolto, rattenendo il respiro; ella più innanzi, e pronta ad allontanarsi dal terrazzo; egli più indietro, ma con la mano agli elsi della spada.
—Non è nulla;—diss'ella poco stante;—forse il vento tra i rami.
—Ah!—sospirò egli.—Povera vita! Tremare, nascondersi…. E perchè?
Tu verrai meco, non è vero, amor mio!—
Fiordalisa si strinse al petto di Spinello, e non rispose parola.
—Dimmi, te ne prego,—ripigliò Spinello,—verrai?
—Verrò, sì, non dubitare, verrò;—rispose ella, turbata.—Ma, per amor del cielo, per me, non cedere alla tua impazienza! Una cosa ti sia certa;—soggiunse, parlandogli all'orecchio come se vergognasse di udire il suono delle proprie parole,—che io non vivrò con quell'uomo, non profanerò l'impronta dei tuoi baci.—