Però, immaginate voi con che cuore messer Dardano leggesse un giorno certa lettera di madonna Ghita Spinelli che gli annunziava tristi cose del suo povero marito. Ridottosi in patria dopo lunghe e vane peregrinazioni, Spinello Spinelli era comparso davanti alla madre de' suoi figli, pallido, sparuto, coi capegli quasi bianchi, e col cervello in volta. Sicuro, il povero Spinello Spinelli era impazzito.

Di questa catastrofe messer Dardano aveva avuto come un presentimento alcuni mesi prima quando Spinello gli era capitato d'improvviso a Firenze. Il giovine pittore tornava allora da Pistoia, senza aver posto mano agli affreschi, che quei cittadini s'aspettavano con tanto desiderio da lui. Non si sentiva di far niente che avesse garbo; quella bella città non lo aveva ispirato. La cosa parve strana a messer Dardano; ma egli stando qualche ora col suo protetto, non aveva durato fatica ad intendere che un grande infortunio e una profonda afflizione lo avevano oppresso, offuscando in lui la coscienza del proprio ingegno e del proprio dolore. Infatti passava con la massima volubilità dal pianto alle risa, incominciava un discorso o finiva in un altro, se pure si poteva dire che ne finisse mai uno. Messer Dardano aveva cercato di penetrare il segreto di quella mente turbata, ma non ne era venuto a capo. E Spinello Spinelli aveva lasciato Firenze, dicendo al suo protettore che gravi cose lo chiamavano altrove; tra l'altre, e prima di tutte, un voto da sciogliere.

Il degno gentiluomo si era industriato a trattenerlo ancora qualche giorno: ma Spinello, promettendogli di tornare a prender commiato da lui, gli era fuggito di mano. Ricordando l'accenno a quel voto, messer Dardano pensò che Spinello dovesse recarsi a qualche famoso santuario. Lo aveva conosciuto religiosissimo; aveva saputo delle sue pratiche di pietà in Arezzo, condotte, a dir vero, oltre le medesime costumanze del tempo, e aveva detto tra sè, rassegnandosi a quella sparizione:—"Povero giovane! Speriamo che il tempo, questo gran medico delle anime afflitte, rechi un po' di sollievo ai suoi mali, e ch'egli non abbia a perderci l'ingegno; che sarebbe veramente peccato!"—

La lettera di monna Ghita ricordò a messer Dardano Acciaiuoli le sue prime apprensioni. Era stato il protettore di Spinello e il pronubo della giovine coppia, e intendeva benissimo come in un giorno di tristezza domestica, la moglie di Spinello dovesse ricorrere a lui col pensiero e invocare il suo patrocinio. Quel degno gentiluomo non istette in forse, e il giorno dopo che ebbe ricevuto il messaggio della povera donna, si avviò con gran diligenza ad Arezzo, per vedere in che modo potesse tornar utile alla dolente famiglia.

Era appena giunto in Arezzo, che gli si parò davanti agli occhi la torbida figura di Tuccio di Credi. Quel disgraziato era assai male in arnese; ma messer Dardano lo riconobbe subito. Rammentate che Tuccio di Credi era il compagno inseparabile di Spinello, nella sua gita a Firenze, e che proprio a lui si era rivolto messer Dardano, per avere notizie intorno alla tristezza di quel giovinotto, che andava ogni giorno a sedersi sulla piazza di Santa Maria Novella. Inoltre, Tuccio di Credi era l'aiuto di Spinello Spinelli, quando questi dipingeva nella chiesa di San Nicolò, in via della Scala, e messer Dardano non poteva averlo dimenticato così facilmente.

—Tuccio di Credi!—esclamò egli andandogli incontro.—Che fortuna d'imbattermi in voi, appena entrato in Arezzo!—

Tuccio di Credi aveva veduto messer Dardano anche prima che messer Dardano vedesse lui. E avrebbe voluto cansarlo; ma, come accade in simili circostanze, che il timore d'essere osservati vi trattiene e vi fa cadere più presto nelle unghie di chi volevate sfuggire, andò a lui come la biscia all'incanto.

—Messere,—diss'egli,—mi duole di presentarmi a voi… in questo povero stato.

—Ah, sì, gli è proprio il momento di badare a queste cose;—esclamò l'Acciaiuoli.—Come va il nostro caro Spinello? Son venuto a bella posta per lui.

—Messere,—balbettò l'altro turbato,—io non lo vedo da un pezzo.