—La voce ne è corsa; ma speriamo che sia esagerata;—disse messer
Dardano.
—Lo volesse il cielo!—esclamò Tuccio di Credi; ma facendo la sua brava restrizione mentale, di cui messer Dardano Acciaiuoli non doveva avvedersi.
—Ah, sì!—ripigliò il vecchio gentiluomo,—Questo dobbiamo tutti desiderare. Forse non si tratterà che delle solite malinconie. Sapete pure, Tuccio, che il nostro amico ha sempre dato nel triste. Sarà la stessa malattia di Firenze. Certi dolori, quando si sono impadroniti di noi, amano ritornare e non c'è verso di liberarsene del tutto.
—Non sa nulla!—pensò Tuccio di Credi, udendo le parole di messer
Dardano.
E ad alta voce proseguì:
—Messere, da quando non avete più visto Spinello?
—Dal suo ritorno da Pistoia a Firenze;—rispose l'Acciaiuoli.—Il nostro amico doveva essere già in balia de' suoi tristi pensieri, poichè non è riescito a far nulla, in quella città, deludendo così l'aspettazione di tutti. Come diamine è andata? Io non ho potuto cavarne un costrutto. Non ne sapete nulla, voi? Ma già, dimenticavo che eravate separati.
—Ve l'ho detto, messere, ci eravamo lasciati, prima che egli andasse a Pistoia.
—Spero che non sarà una separazione eterna;—disse allora l'Acciaiuoli.—Se Spinello ha avuto dei torti con voi, dovete dimenticarli. Se la colpa è stata vostra, dovete farvela perdonare, cercando di rinfrescar l'amicizia.
—Non sa nulla! Non sa nulla!—ripetè in cuor suo Tuccio di
Credi.—Ah, se non sapesse nulla neanche quell'altro!