—Siamo dunque intesi;—proseguiva messer Dardano.—Gli parlerò di voi, aggiusterò io questa faccenda. Giovinotto, queste freddezza non istanno bene tra compagni d'arte, che sono sempre andati d'accordo. La vita è già troppo piena di noie; non la turbiamo ancora con le nostre contese. Vi vedrò, questa sera?
—Volentieri;—disse Tuccio di Credi.—Voi siete così buono con me!
Passerò da voi, se vi piace.
—No;—rispose messer Dardano.—Forse rimarrò presso il nostro amico, e non sarà bene che io vi dia la posta in casa sua. Verrò dopo il vespro in piazza del Duomo. Vi torna?
—Ci sarò, messere. E siate ringraziato per l'onesta intenzione.
—Che! che! Non mi ringraziate di nulla. Sarò proprio felice di aver posto fine a questa mala intesa; che altro non può essere davvero.—
Fatte queste parole, che vi daranno misura della sua bontà di cuore, messer Dardano Acciaiuoli si avviò alla casa di Spinello Spinelli. Tuccio di Credi se ne andò per i fatti suoi, contento di quell'incontro, donde gli appariva che il suo compagno d'arte non sapesse niente delle sue marachelle.
—È strano,—pensava egli,—è strano che egli non sia venuto in chiaro di nulla. Ma già, chi può averglielo detto? Il Buontalenti, no certamente, che dev'essergli capitato addosso alla sprovveduta, e per farsi ammazzare come un cane. Che sciocco! È vero che egli, prima di morire, ha freddata la moglie; e in questo io ho riconosciuto il mio uomo. Povera madonna Fiordalisa! Ma già, così doveva finire. Ed ella, di sicuro, non ha neanche avuto il tempo di raccontare al suo antico fidanzato che parte ci avessi avuto io nella sua risurrezione. Ah, madonna Fiordalisa! Siete voi che l'avete voluto. Se non vi prendeva quella sciocca mania per l'amico Spinello! Mastro Jacopo vi avrebbe concessa a me, suo primo discepolo; ed io, chi sa? avrei potuto anche diventare un maestro. Dicono che l'amore faccia miracoli! Ma vedete quel dannato di Spinello! È fortunato anche nella disgrazia! Ha perduta due volte la sua innamorata, è impazzito e conserva l'ingegno per dipingere!—
Tuccio di Credi era tornato in Arezzo, perchè in nessuna città di Toscana aveva trovato modo di occuparsi. E sentiva più dura la sua condizione, rientrando così male in arnese nella sua terra natale, donde era escito con tanti disegni ambiziosi nell'anima. Una speranza lo sosteneva, nel ritorno; la speranza di appoggiarsi a Parri della Quercia, modesto ma non ultimo tra gli scolari di mastro Jacopo di Casentino. E vedete disdetta; Parri della Quercia era morto; lo studio di mastro Jacopo era chiuso per sempre. Ma se Parri mancava, era tornato Spinello; e la notizia di quel ritorno aveva dato maledettamente sui nervi a Tuccio di Credi. Era già sul punto di tornarsene via, anche non sapendo dove sarebbe andato a battere del capo; tanto gli riusciva molesto di averlo ad incontrare per via. Ma subito dopo l'annunzio dell'arrivo di Spinello, aveva avuto quello della sua pazzia, naturalmente spiegata a' suoi occhi da ciò che per altra via, gli era giunto all'orecchio, intorno alla tragedia di Colle Gigliato. E allora, Tuccio di Credi aveva mutato proposito; era rimasto in Arezzo. Messer Dardano gli era capitato proprio in buon punto. Da lui avrebbe potuto sapere che cosa pensasse Spinello, e che cosa egli avesse a sperare per sè.
Spinello non era in casa, quando messer Dardano Acciaiuoli vi giunse. Ma il vecchio gentiluomo ne fu contento, poichè l'assenza del suo protetto gli dava agio d'intrattenersi con monna Ghita.
Egli la trovò malinconica, ma rassegnata. La povera donna non aveva saputo nulla da nessuno, ma aveva indovinato ogni cosa. Un uomo si nasconde male con la compagna della sua vita, e Spinello, che non mirava a nascondersi, aveva lasciato scorgere a Ghita assai più che ella non fosse curiosa di sapere. La buona creatura apparteneva a quella classe di donne, per cui è natura il soffrire in silenzio, rinchiudersi nell'esercizio dei proprii doveri e trovarci anche un compenso bastevole a tutti i disinganni della vita. Certo il vivere in questa guisa è un sacrificio; ma per il desiderio di rendergli giustizia, non è mestieri esagerarne la grandezza. Spesso è quistione di nervi; più spesso di educazione. Le anime avvezze fin dai primi anni alle freddezze, ai mali trattamenti, alla mancanza d'ogni affetto, alle aperte ingiustizie degli uomini e della sorte, si raccolgono in sè medesime, imparano a non chieder nulla al di fuori, e acquistano a lungo andare una padronanza di sè, che sfida ogni traversia, rende men gravi i patimenti, innalza all'eroismo, fa parer bello all'occorrenza il martirio.