E se vi parrà che con questo ragionamento io tolga merito al sacrificio di Ghita Bastianelli, pensate che le ragioni della verità son superiori a tutti gli artifizi della rettorica, come a tutte le illusioni del sentimento, e che un elogio modesto è l'omaggio più conveniente alle modeste virtù. Beati gli umili, e beati coloro che sanno contentarsi del poco. La mammola ascosa nel fogliame, a' piedi delle ripe, non ha lieti splendori per gli occhi del riguardante, ma lo trattiene con la cara soavità delle miti fragranze. E queste anime elette, che adempiono ai loro uffizi senza ombra di ostentazione, non domandano lodi smaccate; si dorrebbero troppo di ottenerle.

Perchè vi magnificherei io il carattere di Ghita Bastianelli, oltre i confini che gli erano assegnati dalla sua propria coscienza? Certo, ad un uomo come Spinello Spinelli, carico di gloria e pieno di angoscie così grandi come la gloria, si conveniva una donna simile. Illustri sventurati, anime ferite a morto nelle battaglie dell'esistenza, auguratevi gli estremi conforti di un'umile compagna, la quale, se non potrà risanare la nostre piaghe, non aiuterà ad inasprirle. Soldati che una palla cieca ha colpiti, pensatori che una grande ambizione ha travolti, fidenti giostratori che il mondo ha abbandonati sull'arena, non lo trovate voi, quel mite conforto, nella corsia d'un ospedale, dove le ebbrezze, gli splendori, le speranze, i sogni, andarono miseramente a far capo? Il sorriso tranquillo e benevolo d'una suora di carità, donna come vostra madre, che è morta, come vostra sorella, che è lontana, come la vostra amante, che s'è data ad un altro, non basta a fare men doloroso il vostro ultimo giorno? Pure, quella donna adempie senza sforzo un ufficio di altissima carità; si è appartata dalle gioie del mondo, per ereditarne solamente i dolori; ma non v'intenderebbe, o riderebbe d'un riso tutto suo, se in quella bontà che è la sua consuetudine voi voleste trovare l'argomento di un inno.

Messer Dardano Acciaiuoli udì da monna Ghita come Spinello fosse ritornato in patria, grandemente mutato da quello di prima, e come il suo animo, di triste che era, ed inchinevole ad una dolce malinconia, si fosse ottenebrato di schianto. Non gli restava altro lume che quello dell'arte; ma era un lume a sprazzi momentanei, quando l'uomo si trovava sulla sua impalcatura, con la tavolozza e i pennelli tra mani. In quei momenti, si riconosceva ancora Spinello; mancavano le audacie, mancavano quei lampi in cui si mostra la battaglia interna tra il magistero dell'arte e l'idea che vuol condurre a nuove altezze l'ingegno; ma l'ingegno tuttavia si vedeva, e l'ingegno è sempre una luce. Levato dal suo trèspolo, il povero Spinello diventava un altro uomo: si addensavano le ombre intorno al suo spirito; non si vedeva un mentecatto, ma si compiangeva uno scemo.

Il vecchio gentiluomo ascoltò con grande rammarico la storia dolente del suo povero amico, e confortò come potè quella ottima donna, che gli additava i suoi figli, Parri e Forzore, in cui si raccoglievano tutte le sue tenerezze.

—Son essi la mia consolazione e la mia forza;—diceva monna Ghita.—Quando sento che il mio cuore non regge più a tanti dispiaceri, guardo quelle due testoline bionde. Ecco una gioia che Iddio mi concede;—soggiungeva ella sorridendo malinconicamente;—e quello che Iddio mi ha concesso non mi toglie nessuno.—

Messer Dardano Acciaiuoli ammirò quella serenità di mente, e, presa la mano di Ghita, l'accostò da buon cavaliere alle labbra.

—Dio vi guardi, madonna;—diss'egli;—con tali conforti voi non potrete mai reputarvi infelice.—

Dopo ciò, messer Dardano escì, per andare in cerca di Spinello, che dipingeva allora nella chiesa di Sant'Agnolo.

Vi accenno senza descriverla, che oramai s'andrebbe troppo per le lunghe, la scena commovente di quell'incontro tra il vecchio gentiluomo fiorentino e il suo protetto di via della Scala. A mala pena lo vide comparire sul ponte, Spinello depose la tavolozza, si calò a furia dal trespolo su cui stava seduto, e andò a piangero lagrime di tenerezza tra le braccia di messer Dardano.

—Su, su, ragazzo mio!—disse il vecchio gentiluomo.—Non vi commovete più del bisogno. Che cosa c'è egli di strano? Ho voluto vedervi ed abbracciarvi ancora una volta, prima di andarmene ad patres. Son vecchio oltre i settanta, che sono il colmo della vita, se dobbiam credere agli antichi; e tutto il resto è un di più, sul quale non bisogna far conto.