Con queste chiacchiere allegre, messer Dardano Acciaiuoli cercava di sviare le idee malinconiche, naturalissime in quell'incontro, che doveva svegliare tanti dolorosi ricordi nell'animo di Spinello. Frattanto, il nobile fiorentino sbirciava il suo protetto, che male avrebbe riconosciuto, se, scambio di trovarlo al suo posto d'onore, lo avesse incontrato per via. Spinello aveva le guancie scarne, gli occhi infossati, i capegli largamente brizzolati di bianco; era, a dirvela in due parole, una rovina d'uomo. La gioventù e la forza si vedevano solamente in quegli occhi; ma l'una e l'altra parevano fittizie, come se la vita che traspariva da essi non fosse altro che un effetto di ebbrezza momentanea, od anche di pazzia.

Ma perchè egli non poteva guardar sempre Spinello, senza aver l'aria di far confronti tra il presente e il passato, messer Dardano si volse intorno a guardare i dipinti. L'impalcatura su cui era salito, si stendeva dall'arco del presbiterio fino all'emiciclo del coro, e gli affreschi di Spinello Spinelli si vedevano stesi lungo la facciata dell'altar maggiore. Vi ho detto che la chiesa avea nome da Sant'Agnolo; aggiungo ora che si diceva Sant'Agnolo per mo' d'antonomasia, dovendo intendersi l'arcangiolo San Michele, che è il primo e il più ragguardevole tra gli spiriti celesti. Gli affreschi di Spinello Spinelli rappresentavano per l'appunto la più nobile impresa del Santo, vo' dire la rovina degli angioli ribelli, e il pittore li aveva colti quasi tutti nel punto critico, in cui, piovendo sulla terra, si tramutarono in diavoli. Terribile all'aspetto, campeggiava in alto l'arcangiolo Michele, che combatteva da par suo con l'antico serpente di sette teste e di dieci corna; un serpente assai brutto, come potete immaginarvi, e diventato anche più brutto per la disgraziatissima circostanza in cui era.

Messer Dardano meravigliò in cuor suo che Spinello avesse fatto prova di tanta fantasia. Forse, ce n'era più che il pittore non avesse mostrato mai; perchè, se non sapete, lo scolaro di mastro Jacopo di Casentino ora salito in gran fama per la sua eccellenza nel trattare soggetti più quieti e nel dare espressione di gravità, e di tenerezza, ad aggruppamenti di poche figure. La grazia semplice dei suoi Santi e delle sue Madonne sentiva qualche cosa della divinità. Ed era tenuta per l'opera sua più maravigliosa una Vergine che porgeva a Cristo fanciullino una rosa, affresco condotto da lui su d'una parete, in Santo Stefano fuori le mura d'Arezzo. La fama di quel dipinto doveva sopravvivere all'autore e alla chiesa, poichè, quando questa cadde in rovina nel 1561, gli Aretini, senza guardare a nessuna difficoltà o spesa, tagliarono il muro intorno all'affresco, e allacciatolo ingegnosamente lo portarono in città, per collocarlo in via delle Derelitte, sotto il nome poco appropriato di Madonna del Duomo.

Contro tutte le consuetudini, anzi meglio, contro l'indole del suo ingegno, Spinello Spinelli dava allora nel fantastico e nel truce. E si compiaceva, mentre Dardano Acciaiuoli contemplava il dipinto, si compiaceva in quella rovina d'angioli, quasi dovesse riescire il suo capolavoro. Forse egli sentiva dentro di sè che sarebbe stato l'ultimo?

—Vedete, messere;—diceva egli, dopo avere esposto il suo concetto al vecchio gentiluomo;—sono ormai presso a finire. Quel vano che scorgete nel centro è il posto di Lucifero. Ho incominciato con San Michele; finirò col suo grande inimico. È il più difficile, e l'ho lasciato per l'ultimo. Ci penserò stanotte, e domani, senz'altro, mi sbrigherò anche di lui.

—Che?—esclamò messer Cardano.—Avete lavorato senza cartoni?

—Sì, messere; per questa volta ho seguita l'ispirazione. Da principio, per darne un'idea a questi massari, avevo disegnato ogni cosa di rossaccio, così alla grossa, non dipingendo di buono che una piccola parte di questa composizione. L'idea è piaciuta, e m'hanno allogato il lavoro.—

Spinello non diceva tutto, poichè non lo sapeva appuntino. Le sue distrazioni, la sua aria melensa, e certi segni che dava d'esser tocco nel cervello, avevano fatti rimanere dubbiosi i massari di Sant'Agnolo. Perciò, ad assicurarsi che l'artista era sempre quel desso, e che non ne sarebbe venuta un'opera da doversi cancellare, avevano chiesto un disegno sul muro. E Spinello, che era sempre lui, quando si trovava sul suo trèspolo, aveva fatto il disegno richiesto, meritando in tal guisa la lode di tutti e la pronta commissione dell'affresco.

Quel giorno, Spinello Spinelli lasciò il lavoro assai prima del solito, volendo dedicare tutto il suo tempo al nobilissimo ospite. S'intende che messer Dardano, per isviare l'animo del suo protetto dai dolorosi pensieri, che avevano purtroppo il triste effetto di offuscargli la ragione, si adoperò come potè meglio a tenere il discorso nel campo dell'arte. E Spinello da principio segui benissimo il filo della conversazione, ragionando dei lavori che aveva in mente di fare. Ma a poco a poco si smarrì, e, un'ora dopo, messer Dardano vide di non aver più accanto a sè che un povero scemo.

Quando giunsero a casa per desinare, monna Ghita fece all'Acciaiuoli un gesto malinconico, che voleva dire:—Orbene, messere, lo vedete anche voi, come è ridotto?—