Infatti, il povero Spinello non aveva più coscienza di sè. Solamente il lavoro poteva rialzarne lo spirito; cessato il lavoro, tornavano le ombre. Strana forma di pazzia, non è vero? Ma se non fosse strana, non sarebbe pazzia.
Mentre erano a tavola, messer Dardano entrò a ricordare il nome di Tuccio di Credi. E Spinello ne parlò come di un amico, da cui si fosse separato pur dianzi, con una fraterna stretta di mano.
—Ottimo Tuccio!—diss'egli.—Come va che non si trova con noi?
—Non ha osato presentarsi;—rispose messer Dardano.—Egli è tornato assai male in arnese. Figuratevi che in nessuna scuola delle tante città di Toscana ha trovato da vivere.
—Da vivere!—esclamò Spinello.—O che bisogno aveva di trovar da vivere. La mia scuola non gli basta?—
Messer Dardano capì facilmente che il cervello del suo amico andava in processione, e ripigliò tranquillamente il discorso.
—Voi ricorderete, Spinello mio, che Tuccio di Credi, qualche tempo fa, si era risoluto di andarsene dal vostro servizio. Temeva di esservi inutile, il poveretto! Non ha molta levatura d'ingegno, ma per contro, ci ha un discreto amor proprio. Malattia dei poveri,—soggiunse il vecchio gentiluomo,—e va curata con garbo. Volete voi ripigliarlo a bottega?
—Non rammento di averlo mai congedato;—rispose Spinello.—Se tornerà, l'avrò caro.
—Ah bene!—gridò l'Acciaiuoli.—Così va fatto. Voi siete sempre un nobile cuore.
Quella sera, passeggiando col suo ospite in piazza del Duomo, messer Dardano vide Tuccio di Credi e gli accennò di accostarsi. Quell'altro obbedì prontamente.