—Ecco Tuccio di Credi;—incominciò l'Acciaiuoli, volgendosi al suo ospite.
Spinello si scosse a quelle parole, alzò gli occhi e salutò il suo compagno d'arte.
—Buona sera, Tuccio!—diss'egli stendendogli la mano.
—Buona sera, maestro!—rispose Tuccio, sporgendo timidamente la sua, e chinando gli occhi a terra, come se volesse ringraziare messer Dardano della sua benevola intercessione.
—Ecco un patto conchiuso;—disse allora l'Acciaiuoli.—Domani tornerete a lavoro col nostro ottimo Spinello. Eravate amici e non avete mai cessato di esserlo. A voi, Tuccio, sarà grande fortuna di lavorare con un tant'uomo; egli, poi, sarà lieto di avervi aiutatore, secondo l'antica consuetudine, che era così profittevole ad ambedue.—
Messer Dardano era contentissimo di aver fatta quella pace, non tanto per il piacere di averla fatta, quanto per l'utile che doveva, secondo lui, derivarne a Spinello.
—Tuccio è un uomo serio;—pensava egli;—conosce da lunga mano l'umore del suo compagno e potrà tenerlo in riga più facilmente di un altro. Ora, più che mai, il nostro povero amico ha bisogno di qualcheduno che abbia pratica con lui e lo sostenga nei momenti difficili. Sia lodato il cielo!—conchiuse il vecchio gentiluomo.—Me ne andrò via da Arezzo con l'animo più tranquillo.—
XIV.
La mattina seguente, Spinello Spinelli andò per tempo alla chiesa di Sant'Agnolo. Gli premeva di metter mano a dipingere il suo Lucifero, che aveva già tratteggiato sull'intonaco.
—Non venite voi, messere?—diss'egli all'Acciaiuoli.