—No, verrò più tardi;—rispose messer Dardano.—Verrò con Tuccio di
Credi. Frattanto ci guadagnerò di vedere il vostro Lucifero abbozzato.

—Ed anche dipinto, solo che v'indugiate due o tre ore;—disse Spinello.—Sarà un Lucifero abbastanza nuovo. L'ho ancora sognato stanotte, bello come l'angelo che ha dato agli uomini l'esempio della superbia. Perchè, io dico, d'onde gli può esser nata la superbia a Lucifero? Non già da una speciale predilezione di Domineddio, poichè questi non può non avere amato in ugual modo tutte le sue creature. Io penso adunque che debba essere montato in superbia, a cagione della sua grande bellezza.—

Messer Dardano intendeva poco questa distinzione. Infatti, ammettendo che Domineddio non potesse aver preferenze, si doveva anche credere che non avesse fatto Lucifero (Helel, come lo chiamarono gli ebrei) più bello degli altri spiriti, creati insieme con lui. Ma infine, in quella vecchia storia religiosa, molte generazioni avevano lavorato di fantasia e si poteva ammettere senza sforzo che gli uomini, dopo avere foggiato a loro immagine il Creatore, si pigliassero uguale libertà con le sue creature più nobili.

Per queste ragioni, o per altre consimili che gli balenassero alla fantasia, messer Dardano Acciaiuoli lodò grandemente il concetto del suo amico Spinello. In fin dei conti la pittura ha una filosofia tutta sua, che ne vale molte altre, vo' dire la filosofia dei contrasti; e i contrasti, appunto per quella impressione che fanno immediamente sull'animo del riguardante, offrono argomento a profonde meditazioni. Un Lucifero bello! Che vi pare una cosa da nulla? Una simile stonatura, certamente voluta dall'autore, non è forse tale da far pensare che quel diavolo non meritava poi la sua trista sorte? E perchè subito viene in mente che Iddio non può aver fatto una cosa ingiusta, o almeno egli non può averla lasciata fare a spiriti perfetti, come sono senza dubbio i suoi angeli, non dee venire di conseguenza il pensiero che la malvagità dello spirito ribelle s'intenda aggravata dalla sua medesima bellezza? E non deve risaltare agli occhi di tutti una certa rispondenza tra i figli di Dio e i figli degli uomini, per cui negli uni e negli altri sia necessario fare una distinzione tra la bellezza esterna e la bellezza interiore? Ahimè! dice il filosofo. Vedete il triste uso che noi facciamo dei doni celesti! Anche Lucifero, spirito eletto e prediletto del Padre, doveva esser guasto nella propria ambizione. Bello tra tutti gli immortali, doveva precedere nella sua caduta la istessa caduta dell'uomo, e ad onta della sua grande bellezza esteriore, averci il baco nell'anima, come tanti e tante che conosciamo noi!

—Bene!—esclamò dunque messer Dardano Acciaiuoli, poichè ebbe udito il ragionamento di Spinello Spinelli.—Seguite il vostro pensiero, maestro; noi verremo ad ammirare gli effetti.—

Caldo del suo concetto, il pittore si era messo all'opera. Mi pare di avervi già detto (e se non ve l'avessi detto prima, ve lo dico adesso) che il nostro gentile artefice precedeva di oltre dugent'anni quel famoso Luca Giordano, pittore immaginoso e delicato se altri fu mai, chiamato dai suoi contemporanei "Luca Fa presto" poichè, a colorire in breve spazio di tempo le sue leggiadre invenzioni, usava dipingere a furia, con ambedue le mani, quasi temesse di non aver tempo a fare tutto quello che gli passava per la mente. Spinello Spinelli non dipingeva con due pennelli ad un tempo; la storia non lo dice, ed io non posso usurpare i diritti della storia. Ma posso dirvi che egli era pronto di mano, oltre il costume di tutti gli artisti del suo tempo; donde si spiega come egli abbia potuto compiere tante opere mirabili, in una vita di cui i biografi si contendono a gara i confini, e che lascerebbe ai tardi nipoti il diritto di accorciarla assai più che io non mi sia attentato di fare.

Lucifero era già abbozzato sull'intonaco, e non si trattava più che di colorirlo. Spinello ci lavorava a furia. Il corpo era già fatto, e il pittore stava per attaccare la figura poco prima dell'ora di vespero, quando giunse sul ponte messer Dardano Acciaiuoli insieme con Tuccio di Credi, pecorella smarrita che tornava all'ovile.

Spinello non li vide neanche, invasato come era. La febbre dell'arte gli ardeva nel sangue e sarei quasi per dire che gli faceva bruciare il pennello tra le dita. Maraviglioso artista! E più maraviglioso a gran pezza per chi conosceva la storia delle sue grandi mestizie!

Tuccio di Credi guardò il dipinto e si sentì correre un brivido per tutte le vene. Quella rovina d'angioli era veramente un miracolo di fantasia e di esecuzione. L'arcangelo Michele si vedeva in alto, atteggiato a battaglia come un paladino antico, e così fiero all'aspetto, così forte all'assalto, da rovesciare ad ogni colpo un nemico. La battaglia poteva dirsi già vinta. Come non avrebbe avuto vittoria d'un serpente, anche con sette teste e dieci corna, chi aveva battuto e piombato negli abissi il più forte de' suoi avversari, che tale era certamente Lucifero? Anche in ciò l'ingegno di Spinello aveva dato nel segno. La sua composizione sarebbe stata manchevole, non avrebbe espresso pienamente il concetto di quella storia grandiosa, se Michele fosse stato ancora alle prese col maggiore dei ribelli. La sorte della giornata, almeno per ciò che si rappresentava all'occhio, poteva rimaner dubbia, ed esserne scemato per conseguenza l'effetto. Ma Lucifero, in quella vece, era vinto; Lucifero piombava giù nell'abisso. E come era giustamente collocato nel mezzo del quadro! Michele trionfava; ma il protagonista era Lucifero, poichè la catastrofe era appunto la sua.

I due nuovi venuti restarono immobili in un angolo, guardando quella scena terribile; messer Dardano estatico, beato di assistere ad un miracolo dell'arte; Tuccio di Credi avvilito, rodendosi dentro di sè, alla vista di quell'ingegno singolare che resisteva ai colpi più gravi.