Ma che cosa avveniva in quel punto? A mano a mano che i contorni del viso di Lucifero prendevano forma sotto le pennellate dell'artefice, cresceva la bellezza del tipo, e, insieme con la bellezza, balzava fuori una rassomiglianza, che faceva sudar freddo lo sciagurato Taccio di Credi.

Strano a vedersi, e più strano a raccontarsi! Quel pittore che, ad onta del suo ingegno smisurato e dell'amore che suol raddoppiare, anzi centuplicare l'ingegno, non era mai venuto a capo di cogliere le sembianze di una donna adorata, quel pittore, postosi in mente di dare a Lucifero l'impronta di una straordinaria bellezza, andava effigiando nel volto dell'angiolo ribelle la divina immagine di madonna Fiordalisa.

A qual sentimento obbediva in quel punto la mano di Spinello Spinelli? Operava egli con piena coscienza di sè, o non faceva che seguire un impulso arcano e fatale? Certo, se egli vedeva nelle sembianze di madonna Fiordalisa il colmo della bellezza umana, si poteva credere che, dovendo egli esprimere alcun che di perfetto, fosse tratto naturalmente ad effigiare l'immagine della sua povera estinta. Ma, allora, perchè il tipo di Fiordalisa non era mai stato espresso in tanti volti di Madonne e di Sante che egli aveva pur dovuto dipingere, e col naturale desiderio di accostarsi alla perfezione? Non era invece da credere che una virtù misteriosa guidasse il suo pennello, se a lui per la prima volta occorreva così facilmente di ritrarre una cara sembianza, non mai potuta cogliere appieno, per quanto egli si arrovellasse nel suo proposito? E questa opinione non era forse avvalorata dalla medesima bizzarria che riconduceva al suo pennello i lineamenti di Fiordalisa, mentre egli doveva esprimere la bellezza di uno spirito malvagio?

Vi ho detto che Tuccio di Credi sudava freddo, vedendo l'opera strana che prendeva forma sotto le pennellate del pittore. Era bene madonna Fiordaliso, che si presentava in tal guisa davanti a lui; era madonna Fiordalisa, con gli occhi lampeggianti di sdegno; era madonna Fiordalisa, che piombava nei regni della morte, maledicendo ai suoi uccisori. Pensando a quei riscontri così naturali tra il soggetto celeste e la rimembranza umana che prendeva vita da esso, Tuccio di Credi si sentì correre un brivido di paura per le ossa. Se avesse potuto tirarsi indietro, come lo avrebbe fatto volentieri!

E istintivamente voltando la testa, egli dava un'occhiata alla buca donde era salito lassù. Ma proprio in quel punto messer Dardano Acciaiuoli lo prendeva amorevolmente per un braccio.

—Vedete, Tuccio, com'è bello quest'angiolo!—diceva il vecchio gentiluomo.—Se si potesse muovere un rimprovero all'artista, ignorando quello che egli ha voluto fare, si direbbe che è troppo bello, per rappresentare lo spirito del male.

—Sì, troppo bello;—balbettò Tuccio di Credi, facendosi livido dalla paura.

—Che è?—disse allora messer Dardano, a cui non era sfuggito il tremito della voce di Tuccio.—Che cosa avete voi?—soggiunse tosto, vedendo il suo compagno con la cera stravolta.

—Io nulla, messere;—rispose Tuccio, confuso.—Notavo una rassomiglianza…. Non è quello il volto di madonna Fiordalisa?

—Fiordalisa!—esclamò messer Dardano.—Chi è costei?—