—Sentiamo quest'altra!—esclamò mastro Jacopo, ridendo.

—Sì,—riprese Spinello,—perchè tutti i giovani d'Arezzo la conoscevano come la bellissima tra le belle. Ahimè, pensai, quanti non si augureranno di piacerle al pari di me! E quanti non avranno ragione a sperare di essere più fortunati! Temevo, e il soverchio della paura fa quello che mi diede le forze per muovere incontro a voi. Tremavo come una foglia, ve ne ricordate? E quando poi, nella furia, commisi l'errore di portarvi tutti i miei disegni, senza pensare li per li che ce n'era uno….

—Già, il ritratto della mia figliuola;—disse mastro Jacopo.—Oh, l'ho veduto e riconosciuto alla bella prima, non dubitare. Come avrei capito il resto, se non avessi indovinato il principio? Per altro, bada, ragazzo mio; lasciando passare la faccenda del ritratto, io mi ero proposto una certa cosa.

—Quale?

—Se questo ragazzo mi si svia,—continuò mastro Jacopo,—se non mi diventa un gran pittore, lo mando diritto a quel paese. Fortuna, per te, che ti sei conservato un buon figliuolo ed hai risposto alla mia fede. Dunque, siamo intesi, il miracolo sarà fatto!

—Non temete, sarà fatto. Lasciatemi qui, nel Duomo, a prendere inspirazioni dal luogo. Mi sento una forza da leone. Ma ditemi, maestro, il Miracolo di san Donato non è di aver fatto morire un serpente che infestava il paese?

—Già, è una semplice benedizione.

—Andate dunque, maestro; io penso al soggetto, e spero che, prima di escire dal Duomo, mi sarà venuta un'idea.—

Mastro Jacopo sorrise una seconda volta, fece a Spinello un cenno amorevole con la mano e se ne andò giù per la scala a piuoli.

Rimasto solo sull'impalcatura, Spinello Spinelli prese il lapis rosso di Lamagna e incominciò a segnare alcuni tratti sul cartone. Ma subito dopo si fermò. Aveva il cervello in volta; pensava a madonna Fiordalisa e alla possibilità, che per la prima volta gli arrideva, di far sua quella divina creatura.