—Ci vuol pazienza!—
Non era molto, come vedete, e si poteva pensare che Parri della Quercia mirasse a non guastarsi con nessuno. Ma quella stretta di mano rimediava alla brevità del discorso.
Lasciato Parri al suo lavoro, Spinello andò oltre, per avvicinarsi a
Tuccio di Credi, che macinava colori in un angolo.
Tuccio non gli diede neanche il tempo di aprir bocca.
—Di che vi dato pensiero?—gli disse.—Son tre fattori che se ne vanno; ma restiamo ancora in tre, per fare il lavoro di tutti. Non ci sarà mica bisogno di chiudere bottega. Io, come vedete, ho già incominciato a far la parte del Chiacchiera; anzi, fo meglio di lui, perchè macino di più e chiacchiero meno. Credete a me, Spinello; in questo mondo, non c'è nessuno di necessario.
—Avete ragione,—rispose Spinello;—anch'io, se permettete, vi aiuterò. Anch'io adopero troppi colori, e non è giusto che voi lavoriate per me. Ma in fondo in fondo,—soggiunse, tornando al primo argomento,—mi sa male che quei poveri giovani abbiano lasciata la bottega.
—Che! Non li compiangete troppo. Son certi arnesacci, capaci di stare più allegri, senza di noi, che con noi. Del resto, troveranno da allogarsi a senno loro. Una cosa dovete far voi; ridere, come essi fanno di sicuro, in questo momento, all'osteria del Greco, bevendo il bicchiere della staffa.
Spinello pensò che Tuccio di Credi era un buon diavolo, ad onta della sua faccia scura. E ricordò il discorso di mastro Jacopo, che lo aveva paragonato alle pere spine, brutte di fuori e buone di dentro.
—Quando si dice l'apparenza!—conchiuse egli tra sè.—Ecco un giovanotto che a prima vista vi dà sui nervi: e poi egli è buono come il pane.—