"Tutta Arezzo lo sa" aveva detto il Chiacchiera. Ma tutta Arezzo non lo sapeva ancora; bensì lo seppe, quando i tre fannulloni furono usciti dalla bottega di mastro Jacopo ed ebbero divulgata la nuova ai quattro punti cardinali. Spinello, il figlio di Luca Spinelli, quel giovinotto senz'arte, era un gran pittore…. Cioè, intendiamoci, le tre lingue tabane andavano dicendo tutt'altro: Spinello Spinelli, a sentirle, era un pittoruccio da pochi soldi che scroccava la nomèa di grande artista, facendosi fare il suo quadro da mastro Jacopo di Casentino. Il vanitoso si vestiva delle penne del pavone; laonde era giusto che fosse solennemente scorbacchiato. Ma accade di certi vituperi, che facciano effetto contrario alle intenzioni dei calunniatori. Rammentate che Spinello Spinelli era vissuto ignoto fino a quel dì. Se fosse stato davvero un gran pittore, o gabellato per tale, e qualcheduno fosse saltato fuori a dire che un altro dipingeva ed egli ci metteva il suo nome, sicuramente la cosa sarebbe stata creduta per intiero da molti, e per metà da tutti i restanti. Ma nessuno sapeva ancora che Spinello Spinelli avesse mai posto il pennello su d'un muro, e il richiamare così di schianto su lui l'attenzione dell'universale non poteva fargli che bene.
—Già, si capisce, invidiosi!—diceva la gente, crollando il capo in aria di compassione.—Il figliuolo di messer Luca è giovane, e ai suoi compagni gli sa male che il pulcino rompa il guscio prima di loro. Ma se Jacopo di Casentino gli ha dato a dipingere una delle medaglie che erano stale allogate a lui, bisogna dire che ha stima del suo discepolo, e come! Quanto al dipinger lui per lo scolaro, o come si potrebbe intendere? Per danari, no certo, che gli Spinelli fanno già molto ad accozzare il pranzo con la cena. Per un suo capriccio? La grazia di quel capriccio, che vi fa rinunziare alla fama e ai quattrini! E poi, che capriccio d'Egitto? Mastro Jacopo dà a Spinello Spinelli la sua bella figliuola, un bottoncino di rosa, un occhio di sole che non ha voluto dare neanche al Buontalenti, ad un ricco sfondato. Sapete che lui s'era messo in capo di darla ad un pittore. La darebbe ad un suo fattore, se questi non avesse ingegno e pratica da stargli a paro? No, no, le son chiacchiere d'invidiosi; tenete per fermo che questo Spinelluccio è uno sparviero nidiace, il quale ha già messe le penne maestre e può far caccia da sè.—
Così, contro l'intenzione dei tre sparlatori, il giovinetto andò in breve ora per le bocche di tutti, come un speranza dell'arte. Era inoltre aretino di nascita, e questo argomento della patria, per una volta tanto, faceva servizio. In quel risorgimento dell'arte italiana, Arezzo non aveva ancora un pittore di vaglia che fosse nato fra le sue mura. Quind'innanzi si avrebbe avuto lui, e si sarebbe detto: Spinello Aretino. Che vi par poco?
Nacque in tutti una gran voglia, una voglia spasimata, una voglia matta, di vedere il dipinto. Aspettando che fosse levata l'impalcatura e scoperto l'affresco, s'incominciava a salutare Spinello per via, anche senza essere in dimestichezza con lui.
—Buon dì, maestrino!—gli dicevano.—Come va l'opera vostra?
—Bene, grazie al cielo;—rispondeva il giovane facendosi tutto rosso;—ancora otto o dieci giorni di lavoro, e si leverà il ponte. Ma ho una gran paura di non rispondere alla vostra aspettazione. Se per avventura mi fosse riescita una ciambella senza buco?—
E si rideva, alle scherzose parole, e gli si augurava che anche quella riescisse, come tutte le ciambelle per bene.
Ma ciò che egli diceva per celia, temevano di buono i massari del Duomo vecchio. Che diamine era saltato in mente a mastro Jacopo, di commettere ad un suo fattore, novellino nell'arte, un'opera di quella importanza, che era stata allogata a lui? Per caso, mastro Jacopo si faceva beffe di loro? O si doveva argomentare da quel fatto che egli per ingordigia di mestierante usasse accettar commissioni a furia, che poi, non riuscendo a sbrigarle, doveva spartire tra i suoi pittorelli di bottega? A buon conto non intendevano di passargli la gherminella, e gliene muovevano rimprovero.
Ma Jacopo di Casentino aveva risposto da par suo alle osservazioni dei massari.
—Vi ho promesso,—diceva,—di fare il meglio che sapessi. Ora, che cosa direste, miei degni messeri, se io vi dessi per il vostro danaro anche meglio di quello che so far io?