L'impressione fu buona, anzi ottima. Si maravigliavano che un giovane avesse saputo far tanto. E più cresceva lo stupore, quando si veniva ad osservare in ogni sua parte il dipinto. La composizione era saviamente ideata e distribuita con raro giudizio. Nobilissimo l'atteggiamento del Santo, e bene inteso. Naturalmente collegata, la doppia azione della figura, con quella destra levata a benedire e quella sinistra distesa indietro per accennare al suo popolo che volesse star cheto e tranquillo. Il terrore, l'ansietà, la speranza, erano efficacemente espressi in quei volti e in quelle mosse d'uomini e donne che si accalcavano nel fondo del quadro. Solo alle prese col serpente san Donato mostrava una serenità maravigliosa, giustificata dai primi effetti della sua benedizione. La belva, così minacciosa nell'orridezza delle forme e nel lampo degli occhi, da far rizzare i bordoni ai riguardanti, si contorceva nello spasimo dell'agonia; voleva ancora uccidere e si sentiva morire. Tutto ciò era reso stupendamente, e composizione e disegno facevano onore all'artista. Nessuno, degli intendenti, poteva dire che fosse opera di mastro Jacopo. Si notava un fare che non era il suo, per solito più leccato e più languido. E il colore? Bisognava vedere il colore, com'era pieno di vaghezza e di sugo.
—Pieno, fin troppo;—aveva notato uno di quei critici che cercano il pel nell'uovo e non disperano di trovarcelo.
—Il dipinto è ancora un po' fresco;—rispondeva un vicino;—aspettate.
—Vuol dire che non abbiamo ancora la tinta vera;—ripigliava quell'altro.—Come giudicarne allora? Seccando l'intonaco, non potrebbe sbiadire il dipinto? Già nell'affresco, l'essenziale è di conoscere il valore delle tinte. Come volete che lo conosca lui, a vent'anni, o giù di lì?—
Ad onta di questa critica, che già voleva tirare in ballo il futuro, l'opera di Spinello Spinelli fece un chiasso da non dirsi a parole. E per tutto quel giorno e per altri alla fila ci fu grande concorso di popolo nel Duomo vecchio d'Arezzo. Per giudizio universale, la città poteva rallegrarsi; il suo pittore era nato.
Mastro Jacopo accoglieva con la sua aria burbera le congratulazioni dei cittadini.
—Non parlate di me, che non c'entro;—rispondeva egli a coloro che volevano riferire agli insegnamenti suoi il merito di un così valente discepolo.—Io non gli ho insegnato quasi nulla. È venuto da me come poteva andare da un altro, e da un altro sarebbe riescito lo stesso che è riescito da me. L'unica differenza che io posso ammettere è questa, che un altro si sarebbe ingelosito di lui, lo avrebbe tenuto giù, molto giù, e non gli avrebbe certamente dato da dipingere una tra le medaglie a lui allogate. Io, invece, ho fatto per Spinello Spinelli quel che si fa, o che si dovrebbe fare, per un amico. Ma, per carità, non mi parlate d'insegnamenti. Quel benedetto ragazzo aveva già la scintilla in testa, l'ha portata nel mio focolare e s'è acceso il suo fuoco da sè. Un'occhiata a ciò ch'io facevo, ecco tutto. Perchè, infine, la parte manuale, la praticaccia dell'arte, bisogna apprenderla da qualcheduno. Ma qui si ferma il merito mio. La verità è una e va detta senza risparmio.
—Per altro,—gli rispondevano,—Spinello Spinelli si loda molto di voi e ripete a tutti che vi è debitore d'ogni cosa.
—Spinello ha buon cuore e parla come il cuore gli detta. Ma scusate, come sarebbe possibile che io nel giro di pochi mesi gli avessi insegnato tanto? Volete che vi dica io com'è andata? Spinello aveva la testa fatta in quel modo che l'hanno i grandi pittori, piena di verità e di magnificenza. Aveva il sentimento del colore negli occhi; l'argento vivo sulle dita; la febbre dell'arte nel sangue. Tale era Giotto di Bondone, e tale sarebbe stato, anche se, scambio di Cimabue, lo avesse veduto e preso con sè un pittoruccio da dozzina. Per intender Giotto non occorreva, in fede mia, esser neanche una cima; bastava non essere a dirittura un bue.—
Con questa celia mastro Jacopo si liberava dai piaggiatori ostinati. Forse caricava un po' troppo la dose; ma era necessario far così, per levar di mezzo la diceria del Chiacchiera e de' suoi degni colleghi, secondo i quali mastro Jacopo doveva aver messo mano nel dipinto di Spinello.