—Non lo diranno più, per bacco baccone,—borbottava egli tra i denti,—non lo diranno più che il San Donato è farina del mio sacco.—
Ai massari del Duomo vecchio, poichè ebbero veduto il dipinto e udita quella gara di lodi, mastro Jacopo parlò in questa guisa:
—Orbene, messeri onorandissimi, che vi pare? Dobbiamo noi rastiare l'intonaco e dipingere un altro Miracolo di san Donato?
—Ah, mastro Jacopo, avevate ragione voi;—risposero quei valentuomini.—Ecco uno scolaro che vi farà onore.
—Dite un genero, messeri, un genero che mi farà contento.
—Ah, sì, quello è il premio che gli date. Se è buono d'indole come è valente di mano, fortunata la vostra figliuola, e fortunato voi, mastro Jacopo.—
Il vecchio pittore tornava a casa con un cuore tanto fatto. Egli era il più felice tra tutti i babbi d'Arezzo.
Spinello, dal canto suo, era oppresso dalla gioia. Quel vincitore aveva l'aria d'un corbello. Scusate il paragone, ma io mi son sempre figurato così i trionfatori romani, e più particolarmente il Petrarca, quando lo portarono a prendere la corona d'alloro sulla vetta del Campidoglio. Doveva essere abbattuto il povero messer Francesco; doveva essere come sbalordito col pensiero della grandezza di Roma nell'anima e l'immagine di madonna Laura negli occhi. L'amore e la gloria, il fuoco vivo e la luce rutilante; ma altresì i due pesi più grandi che possa portare un uomo, nel sentiero della vita, che è così pieno di ciottoli insidiosi e di buche traditore.
Il maestro lo aveva abbracciato, con le lagrime agli occhi. Parri della Quercia gli aveva stretta la mano dicendogli: "bene!" con tutte le forze dell'anima. Tuccio di Credi, venuta la sua volta, gli aveva soggiunto:
—Godete gli applausi; essi vi aiuteranno a sopportare le fischiate. Perchè, badate, la vita è tutta così; oggi in alto, sul candeliere, domani giù, e costretti a correre come cani bastonati.—