Tuccio di Credi era un filosofo pessimista. Ma il suo ragionamento non dispiacque a Spinello. Si ascoltano bene anche i pessimisti, quando si è nella pienezza della felicità. Il richiamo alle ingiustizie che v'aspettano, fa l'effetto d'una dissonanza armonica, che produce una bella varietà nel pezzo e vi fa solletico non ingrato all'orecchio.
Del resto, le noie erano un retaggio del futuro, e Spinello viveva affondato nel presente, si beava negli occhi di Fiordalisa, anche lei oppressa dalla gioia, piena d'un senso nuovo, che non aveva tempo a studiare. Perchè, poi, ci avrebbe studiato su? Il mondo le pareva una gran bella cosa, e questo era l'essenziale. L'aria aveva tesori ineffabili, fragranze arcane, che le assopivano il sangue nelle vene. Presentiva una beatitudine, un'estasi, come il corpo mollemente adagiato in un morbido letto attende e pregusta un bel sogno. In quella soave dormiveglia dei sensi, la bella fidanzata porgeva orecchio al susurro dell'aura e al bisbiglio d'una voce sommessa. Quel susurro le diceva: la vita è bella così; quel bisbiglio le diceva: io t'amo.
Nell'amore ogni più piccola cosa è un mondo; e un mondo nuovo per giunta. Ci si ferma piacevolmente intorno a certi nonnulla, che in ogni altro momento della vita a mala pena si avvertono. Guardando un viso amato, poi, quante meraviglie si scoprono! Che tesori, che rapimenti, che ebbrezze! Quand'anche un occhio esercitato, e memore delle sue esercitazioni, scoprisse un lieve difetto, verrebbe subito a piacere il difetto, quasi bellezza nuova, quintessenza di perfezione, suggello di verità, come il marchio nell'oro! Perchè, infatti, che cosa si cerca più avidamente nel bello, se non la sua incarnazione? E la nota del vero non è essa che distingue la donna dalla statua, la realtà dal sogno?
Mettendo qualche necessario intervallo nelle sue contemplazioni, Spinello andava ogni mattino al Duomo vecchio, dove erano ancora da finire nuove opere di mastro Jacopo. Ma il vecchio pittore si vergognava di occupare in troppo umili uffici il suo famoso scolaro.
—Senti,—gli disse una volta,—non è da te raccattarmi i pennelli e mesticarmi i colori. Hai fatto testè un'opera bella e giustamente lodata; ma non devi riposarti sugli allori. Ti consiglio di provarti subito in un'altra, e di maniera diversa dalla prima. Il buon arcadore, quando va alla battaglia, porta sempre con sè due corde di rispetto. Non ti basti di essere un frescante. Il fresco è un bel modo di dipingere, e forse il migliore tra tutti, poichè esso sfida i secoli e si raccomanda alla memoria delle più tarde generazioni. Ma anche una bella tavola dipinta a tempera può avere i suoi pregi agli occhi dei posteri. Ed ora che mi rammento, i tuoi nemici ti accusavano di non aver mai copiato dal vero. Fa un ritratto, e sia quello della tua fidanzata. Sicuro; tra due mesi me la rubi; lasciami almeno il suo ritratto in casa. Ti va?
—Padre mio!—gridò Spinello, confuso.—Se osassi!…
—Già, dovevo rammentarmelo, che tu non osi mai. Strano ragazzo! Ma se son io che ti permetto! se son io che ti prego!
—Oh, non dicevo per questo;—rispose il giovane.—Non oso, perchè temo di non venirne a capo. L'idea di ritrarre il volto di madonna Fiordalisa m'è già passata più volte per la testa. Anzi, ve l'ho a dire? Quando sono a casa mia, quando mi trovo solo nella mia cameretta, cerco di consolarmi dell'assenza, segnando sulla carta il profilo di madonna. E mi vien sempre male, sempre male, che è una morte a pensarci.
—T'è pur venuto la prima volta; te ne ricordi?
—Sì, ma erano appena quattro segni. Davano l'aria di madonna Fiordalisa, ma non erano il suo ritratto. A fare una cosa che meriti questo nome, si vogliono giusti contorni; non basta accennare, bisogna dipingere, e tutte le parti più minute debbono essere fedelmente rese. Ora, vedete, padre mio, quando io mi metto all'opera, risoluto di non contentarmi ad una vaga somiglianza, mi trovo subito impacciato, e mi accade che…. con tutte le migliori intenzioni del mondo… con tutti i più saldi propositi.