Persuaso dalla celia del maestro assai più che da ogni ragionato parere, Spinello si faceva a cambiare, ma sempre in peggio. Il guaio era questo, che i contorni della figura, quantunque rifatti una dozzina di volte, non lo contentavano affatto; ed egli, mettendo giù i colori, pensava sempre a quel difetto originale dell'opera. Ma dove era, dove si nascondeva, il difetto? Impossibile rintracciarlo. Le proporzioni delle parti c'erano tutte; ma la linea mancava, la linea misteriosa che le collega e le fonde nel complesso armonico della verità. Indovinate la linea, ecco il gran punto. Vedete quanti pittori ci si son beccati il cervello, e non ci sono riesciti! Checchè ne dicano i moderni, è a gran pezza più facile diventar coloristi, che afferrare la linea. So bene che si mette in campo la fotografia, la camera lucida e la camera oscura, aiuti potentissimi a trovare ciò che l'occhio non può dar sempre all'artista. Ma forse che il sole non inganna anche lui? La differenza di piano tra due parti, anco vicinissime, della cosa veduta, produce un errore da nulla, il quale s'ingrandisce a mano a mano nel giungere fino a voi, e vi guasta l'euritmia del modello; di guisa che la linea, la misteriosa linea del vero, non vi è data neanche dai fedeli riflessi delle camere oscure, lucide, ottiche, nere, e via discorrendo.

Spinello, povero lui, si struggeva di rabbia e faceva ridere madonna Fiordalisa. La bella fanciulla aveva capito istintivamente che quello era l'unico modo di consolarlo. Sembra a tutta prima che debba essere l'opposto. Ma voi sapete, lettori umanissimi, che c'è riso e riso. Quello di una bella bocca, per esempio, fa l'effetto di un raggio di sole agli occhi, combinato con un effluvio odoroso alle nari e con un suono piacevole all'orecchio. Pensateci, e vedrete che ho ragione io, cioè, no, che aveva ragione madonna Fiordalisa a sorridere.

La fanciulla, del resto, non si annoiava punto di stare in quel modo, per cinque o sei ore al giorno, seduta davanti a Spinello. Da principio arrossiva, vedendosi guardare con tanta attenzione, e via, diciamo le cose come stanno, anche con tanto desiderio. Ma la consuetudine aveva portati i suoi frutti. Non era necessario che Spinello la guardasse a quel modo? Si sa, un ritratto non è un'impresa da nulla; complesso di linee, impasto di colori, luci ed ombre collocate al loro posto, non sono cose che si possano improvvisare; è necessario tener conto di tutto, e perciò bisogna vedere, notare diligentemente ogni cosa, spesso anche tornarci su cinque o sei volte. E quando le sei non bastano, Dio buono, ci vuol pazienza, arrivare anche alle dodici.

Inoltre, ci sono di certe minuzie, che vogliono esse sole un tempo assai lungo, e perfino un'intiera seduta; specie se il pittore è diligente e se ha la consuetudine di rimanere incantato davanti alla bellezza.

Pure, con tanta diligenza, con tanto desiderio di far bene, non riescire che ad un'opera mediocre, era doloroso, e il povero Spinello ne aveva un profondo rammarico.

—Ci dev'essere una malìa!—diceva egli a mastro Jacopo, che si sforzava di consolarlo.—O sulla tavola, o nei pennelli, o nella mia mano, o in qualche altra parte di me, ci dev'esser una malia. Vedete, maestro? Non mi vien fatto di cogliere certi piccoli rapporti tra l'ovale del mento e il tondo della guancia. Infatti, qui è sbagliato il contorno; non c'è che dire, è sbagliato. L'ho già rifatto una ventina di volte. Quell'altra piegolina impercettibile tra il naso e la guancia! Non l'ho mica saputa indovinare. E l'espressione dell'occhio, Dio buono! E la bocca! Vedete come mi riesce stentata.

—Già, vorresti che parlasse;—notò mastro Jacopo.

—Almeno che ci avesse un po' di moto;—rispose Spinello.—Qui m'è venuta dura, che è una pena a vederla.

—Ragazzo mio, te l'ho già detto, ti tormenti per trovar l'ottimo, e il buono ti sfugge. Daresti tu ragione a Parri della Quercia?

—A Parri! Che c'entra Parri, nel mio ritratto?