—Sì,—ripigliò mastro Jacopo,—rammento una disputa curiosa che è avvenuta tra i miei riveriti scolari. Parri della Quercia sosteneva che il ritratto della mia figliuola era un'impresa difficile, anzi addirittura impossibile, perchè Fiordalisa ci ha un'aria mutevole. Intendeva dire che il suo viso muta aspetto ed espressione ad ogni tratto. E Tuccio di Credi, quell'altro sapientone, soggiungeva che il guaio era tutto nelle parti mobili del viso. Secondo lui, le parti mobili del viso sono gli occhi e le labbra.
—Eh,—disse Spinello,—potrebbe aver ragione Tuccio di Credi.
—Un altro che perde la testa!—esclamò mastro Jacopo.—Forse non li abbiamo tutti, quanti siamo, gli occhi e le labbra? E in che dovrebbe esser difficile di indovinare le parti mobili di un volto, e facile di indovinar quelle di un altro?
—Scusate, maestro, ma mi pare d'intenderlo;—replicò Spinello.—Per cogliere la somiglianza d'un volto, ho il più delle volte un aiuto nelle fattezze risentite, nelle prominenze più forti, nella barba, secondo che è piantata, nelle basette che nascondono il labbro, e via discorrendo. Un volto di donna è più difficile a ritrarre, e tanto più difficile quanto più s'ingentiliscono i lineamenti, quanto più son delicati i trapassi da una parte ad un'altra. E allora, se voi aggiungete che gli occhi e le labbra, che sono tanta parte del viso, mutano spesso di espressione….
—Vedete che sciocco son io!—gridò mastro Jacopo, interrompendo la cicalata del suo discepolo.—Non credo alle alchimie di Tuccio e di Parri, e le tiro in ballo, io, per appiccicare a Spinello la malattia de' suoi compagni. I quali, in fede mia, non sanno nulla di nulla e parlano a vanvera da quei gaglioffi che sono. Perchè, vedi, ragazzo mio, l'arte si guasterà, quando verranno fuori i chiappanuvoli con le loro dottrine. Ti dico che la è quistione di lavorare e non d'altro, di lavorar sempre e di lasciare che i fannulloni cantino. Copiare e immaginare, immaginare e copiare, ecco il punto. Una cosa non ti vien fatta alla bella prima? Si prova da capo; verrà alla seconda volta, o alla terza. Non verrà neanche alla dodicesima? Pazienza; sarà per la ventiquattresima. Ritieni in mente questo, che manda a rotoli tutte le dottrine dei fuggifatica; è sempre un errore di veduta, quello che guasta il lavoro e ti fa perdere il tempo nelle rabberciature. Che ti serve ritornare col pennello su questa parte e su quella, se il disegno è squilibrato da bel principio? Rifai di sana pianta, e sarà molto meglio.—
Quel giorno, Spinello deliberò di piantar lì il suo ritratto, per cominciarne un altro.
V'ho a dire che gli riescì meglio del primo? Sarebbe una bugia. V'ho a raccontare come non gli riescisse? Sarebbe una ripetizione. Di certo quella non era ancora la volta buona. E Spinello, o sbagliando le proporzioni, o non sapendo cogliere certi rapporti insensibili della figura, seguitava a credere che ci fosse una malìa. Ad un certo punto, riconoscendo che il secondo ritratto era peggiore del primo, gittò la tavolozza e i pennelli, cedendo ad un impeto di sdegno improvviso.
—O Fiordalisa!—gridò.—La natura si ride di noi, poveri sciocchi, i quali ci siamo fitti in capo di agguagliarla, o almeno almeno di seguirla da presso, coi nostri miseri spedienti. O forse son io che getto sull'arte la colpa della mia ignoranza! Forse ho presunto troppo delle mie forze, ed ho commesso una profanazione, una vera profanazione. Ma io non lo volevo, ve lo assicuro, è stato vostro padre che mi ha stimolato; è stato lui che mi ha acceso questa febbre nell'ossa.—
E piegatosi a mezzo sulla seggiola, appoggiò i gomiti alla spalliera, nascondendo il volto tra le palme, piangeva di rabbia, il povero Spinello Spinelli.
Madonna Fiordalisa si era alzata, e si appressava a lui con aria di compassione. Spinello non la vide giungere, ma sentì una mano gentile posarsi sulla sua testa e un morbido braccio sfiorargli le tempie.