—Oh, quando sarete mia!—mormorò, rimettendosi al cavalletto.

—Non lo sono io già, per la fede che v'ho data?—chiese ella con un placido riso.

Le dolci promesse di un'estasi invocata passarono davanti agli occhi di Spinello, che ne fu come abbagliato. E gli fu necessario un grande sforzo di volontà per rimettersi in pace, poichè il brivido di quella stretta gli correva ancora per le vene.

Ad aiutare la sua volontà giunse un rumore di passi che veniva dalle scale. Poco stante, mastro Jacopo appariva sulla soglia.

Spinello non poteva vederlo, poichè volgeva le spalle all'uscio; ma lo vide Fiordalisa e notò che aveva la cera stravolta.

—Che c'è?—chiese la fanciulla, turbata.

—Che c'è?—ripetè Spinello, turbato dal turbamento di lei.

—C'è… c'è… che siamo nati sotto una cattiva stella,—brontolò mastro Jacopo abbandonandosi su d'una scranna, e gettando la berretta in un angolo.

—In nome di Dio, parlate;—gridò Spinello, lasciando di lavorare.—Che v'è egli intervenuto di grave?

—Di grave, sì, proprio di grave!—esclamò il vecchio pittore, guardando la sua berretta, che era andata ruzzoloni per terra.—E quei massari! Con che aria me l'hanno detto! Quasi che la colpa fosse mia, e che io li avessi traditi! Se ne farà un altro, col malanno che il ciel vi dia; se ne farà un altro, e tutti pari. Ma intanto… che figuraccia! Che cosa non si dirà dei fatti nostri in Arezzo?