—Ho da parlarvi, messere;—rispose Tuccio di Credi.—Il padre è più incocciato che mai a volergli dare la ragazza. Bisognerà pensarne un'altra.
—Bene, venite stasera da me; saremo soli;—disse il Buontalenti.
Tuccio di Credi si allontanò, per andare a raggiungere Spinello e messer Jacopo, che stavano in sagrestia a leticare coi massari del Duomo. Dico che stavano, ma potrei restringermi al singolare, poichè Spinello taceva, e mastro Jacopo sosteneva tutto il carico della conversazione con quei bisbetici messeri.
Mastro Jacopo, quando lasciava di brontolare e si disponeva a chiacchierare, avrebbe potuto dar dieci punti dei sedici a Marco Tullio Cicerone. S'intende a Marco Tullio, quando parlava pro domo sua. Infatti, il vecchio pittore, trattando la causa di Spinello, parlava anche un pochettino per sè. Non era lui che aveva allogato il lavoro al discepolo? E quel discepolo non doveva sposare la sua bella figliuola? Immaginate dunque gli sforzi d'eloquenza che fece coi massari del Duomo. Spinello aveva fatto un'opera maravigliosa, e su questo non ci cascava dubbio, lo avevano riconosciuto tutti, massari e non massari. Quanto alle tinte e alla buona preparazione della calce, non c'era stato niente di diverso, pel Miracolo di san Donato, da ciò che aveva fatto lui, mastro Jacopo, per gli altri affreschi del Duomo. Il tradimento era certo, e veniva da qualcheduno dell'arte. Anzi, mastro Jacopo e Spinello Spinelli sapevano già dove metter le mani. Del resto, non temessero i massari; a quel guaio si sarebbe rimediato prontamente. Se a loro premeva il decoro della chiesa, a Spinello Spinelli premeva altrettanto, se non più, la sua fama. Ai tristi non sarebbe rimasto altro guadagno che di far lavorare doppiamente quel povero e valoroso giovinotto. Ma questo non importava, e nello spazio d'un mese si sarebbe veduto un Miracolo di san Donato bello come il primo e condotto secondo ogni regola d'arte. Non era solamente impegnato in quell'opera l'amor proprio di Spinello, ma altresì l'onore del maestro e di tutta la sua scuola, a cui non era mai accaduta una cosa simile.
—Del resto,—soggiungeva mastro Jacopo,—questa volta ci sarò io a vegliare, e non entreranno in Duomo altri colori che quelli macinati e mesticati da noi.—
I massari chinarono la testa, in atto di assentimento, e diedero licenza a mastro Jacopo di fare in tutto come gli piacesse meglio, ma a sue spese e sotto la sua malleveria.
—Non temete, messeri onorandissimi;—rispose il vecchio pittore, abbastanza contento di averla aggiustata in quel modo.—Ho giurato di smettere i pennelli, se la cosa non va come è giusto che vada.—
La mattina seguente, chiuso il Duomo ai curiosi importuni, i manovali si fecero tosto a rizzare una nuova impalcatura, nella cappella di San Donato. Frattanto, Spinello Spinelli, andando dalla bottega al Duomo, ci aveva da rispondere a tutti coloro che lo fermavano per via, e da mandar giù le condoglianze più o meno sincere, che tornano così moleste ad un galantuomo, quando ci ha l'anima oppressa.
Io non riesco a capire come mai non ci pensino, le persone cerimoniose, all'effetto di certi loro discorsi. Basterebbe il dire: "v'e andata male, abbiate pazienza, rifate e prendete la vostra rivincita". Ma no, bisogna proprio che vi s'accostino con aria malinconica, che vi stringano la mano con tutt'e due le loro, che levino gli occhi al cielo in atto di fare a Dio l'offerta dei vostri dolori, e che vi facciano una stampita da non finirla più. E voi escite dalle loro consolazioni più disanimati che mai. Peggio, poi, quando le condoglianze vi sanno di bugiardo, perchè allora ci avete anche la nausea, dovendo dar fuori il dolce e tenervi in corpo l'amaro.
Spinello Spinelli, come potete argomentare da questo discorso che io vi ho fatto secondo la sua intenzione, cansava molto volentieri ogni incontro. Nello stato d'animo in cui egli si trovava, ogni conoscente era un seccatore. Da bottega al Duomo; dal Duomo a bottega; era questo il suo itinerario quotidiano, compiuto con una rapidità da meritargli il soprannome di Saetta.