La nuova impalcatura era stata rizzata dai manovali; e Spinello, come potè avvicinarsi al suo povero affresco, non durò fatica a riconoscere che, scambio di terre, gli avevano macinato colori minerali, con qualche altra diavoleria per giunta alla derrata. Ma che cosa fosse veramente questa diavoleria, nè egli, nè mastro Jacopo riuscivano ad intendere, mancando a quei tempi il benefico trovato delle analisi chimiche. Ambedue maledissero un'altra volta il Chiacchiera e lo votarono agli spiriti maligni, come usavano fare gli antichi Ebrei col capro emissario della tribù; indi Spinello si diede a rifare i suoi cartoni, in quella che i manovali scalcinavano la vòlta.

Disgraziato affresco! Egli sparì dopo aver brillato una settimana agli occhi della moltitudine stupefatta; sparì, come sparisce una donna leggiadra, dopo avere innamorato mezzo mondo della sua fiorente bellezza. Ma quantunque la fine dell'affresco di Spinello Spinelli fosse stata precoce, non gli era toccata la sorte delle belle donne che muoiono giovani, poichè s'era da un giorno all'altro imbruttito e ne avevano detto corna quegli stessi che più lo avevano lodato. Instabilità degli umani giudizi!

Animato da un po' di rabbia, ma più dai conforti della bella Fiordalisa, Spinello si pose all'opera e lavorò per quattro. Già si capisce che il ritratto di madonna fu per allora rimesso a dormire. Infelice ritratto! Non era venuto bene da principio, e meritava la sua sorte.

Mastro Jacopo non si dolse di ciò. Egli, che pure aveva spese tante parole a consigliare quell'opera, fu il primo a dire che era meglio lasciarla da banda. Un po' di intervallo ci voleva, perchè l'animo si mettesse in pace e l'occhio del pittore si liberasse da certi dirizzoni; più tardi si sarebbe veduto. Ma Spinello non contava di ripigliare il lavoro, nè più tardi, nè mai. Sapete già che nella impossibilità di ritrarre i lineamenti di Fiordalisa egli ci vedeva l'effetto di una malia. Perchè avrebbe richiamato lo spirito maligno, che si beffava così crudelmente di lui? Meglio era non pensarci affatto.

Del resto, il Miracolo di san Donato richiedeva tutto il suo tempo. Spinello era pieno d'ardore e passava sul trespolo le intiere giornate, lavorando alla brava. I pennelli, nelle sue mani, andavano e venivano come la spola in mano alla tessitrice. Un mese dopo la scena coi massari del Duomo, che v'ho raccontata più su, il nuovo affresco era condotto a termine. Tutto era stato osservato con diligenza, e direi quasi passato allo staccio, la calce, la rena, i colori. Mastro Jacopo vegliava come uno degli Otto; nessuno, oltre lui e Spinello, aveva potuto metter piede sul ponte. Anzi, il vecchio pittore aveva spinto il rigore a tal segno, che lo scaccino del Duomo dovesse vietare a lui stesso a lui, mastro Jacopo, di salire sull'impalcatura, se non fosse stato presente Spinello.

—Non si sa mai!—diceva egli ridendo.—Potrei essere sonnambulo, venire in Duomo senza avvedermene e tentare di salire quassù; per fare qualche tiro mancino, sotto la guida del diavolo.—

I massari degnissimi videro il nuovo dipinto e si congratularono col giovine artista per la sua diligenza, come per la sua valentia. Il popolo fu chiamato e ammirò. Spinello, rifacendo, aveva mutato alcune cose, pensando che potesse vantaggiarsene il quadro. E certamente la composizione, restando suppergiù quella di prima, ci aveva guadagnato di scioltezza; il disegno appariva più corretto, e tutte le parti assai meglio dipinte. Chi ha dovuto rifare un lavoro, anche lodato nella sua prima forma, intenderà queste cose. Ma non mancarono neanche i sofistici, per sentenziare che il primo affresco era meglio. E forse, anche senza saperlo, dicevano il vero, poichè la freschezza di una prima impressione non si ripete più, anche facendo un più corretto lavoro.

Lodato, levato a cielo, messo a confronto con sè medesimo, Spinello non era tuttavia con l'animo all'altezza della sua riputazione. Il poveretto sfioriva, avvizziva, intristiva ad occhi veggenti.

—Ragazzo mio,—gli disse un giorno Mastro Jacopo,—tu non sei contento dei fatti tuoi; tu aspetti qualche cosa, come a dire la manna del cielo.

—Che dite, maestro!—esclamò il giovinetto, confuso.