Ma che importa, quando si ama (dirà il lettore), che importa che la persona amata vi sia rapita da Caio, anzi che da Sempronio? Importa moltissimo, se all'amore aggiungete l'invidia.

VII.

Siamo già presso al gran giorno, e ancora non si è fatta un'intima conoscenza con madonna Fiordalisa, che dovrebb'essere l'eroina della festa. Abbiamo ammirata la sua bellezza esteriore, ma l'anima sua non ci è nota. Abbiamo veduto il fiore, non abbiamo sentito il profumo.

Fiordalisa era vissuta molti anni da sola in casa di mastro Jacopo, padre amoroso, ma burbero e tutto sprofondato nell'arte sua. Esciva appena d'infanzia quando le era morta la madre, e ciò le aveva portato l'obbligo di molte cure domestiche non intese subito, ma vedute ed accettate a mano a mano che in lei cresceva con gli anni il giudizio. Era una bambina grave prima di essere una donnina forte.

Inoltre, ella aveva veduto assai presto la necessità di custodirsi da sè. Il fiorire della bellezza era stato precoce, e il ronzio dei calabroni del pari. Lodata, ammirata, corteggiata alla larga ma con visibile assiduità, bersagliata da sguardi languidi, salutata da esclamazioni subitanee, da voltate e da fermate che dicevano esse sole un mondo di cose, madonna Fiordalisa ci aveva tutte le tentazioni per diventare una vanerella. E forse sarebbe finita così, se la presenza di una mamma, tenendo lontani gli adoratori importuni, avesse lasciato libera quella bella creatura di scegliere nella turba i più modesti, e ad ogni modo di inebbriarsi in tutte le generazioni d'incenso che vaporavano intorno a lei. Ma io ve l'ho detto, Fiordalisa era sola; non aveva tempo nè modo di raccapezzarsi; doveva guardarsi da tutti, non osservando nessuno. E si era concentrata in sè chiudendo nel profondo dell'anima tutte le sue belle fantasie giovanili. Ora, voi sapete che cosa avviene dei liquori generosi, quando sono chiusi appuntino; fermentano da sè, si rinforzano in una specie di meditazione solitaria. E nell'anima di Fiordalisa, la fantasia aveva tanto più lavorato, quanto più era stata rinchiusa. La vita reale l'opprimeva con tutte le sue convenienze, i suoi riguardi, le sue necessità, ma lo spirito si ricattava di quella tortura, affinando, abbellendo, innalzando il proprio ideale.

Mastro Jacopo credeva di comandar lui alla sua bella figliuola, perchè, quando le diceva: "facciamo la tal cosa" ella si affrettava ad obbedirgli. E non sapeva, il babbo, che egli non comandava mai e che non consigliava mai nulla che non fosse ispirato da lei, e preparato da lunga mano con sapienti rigiri. Per esempio, la fanciulla aveva inteso assai presto che un giorno le sarebbe toccato di andare a marito, e che forse avrebbe dovuto escire di casa. E allora, chi avrebbe avuto cura del babbo? Un uomo solo ha bisogno di tante cose, nel governo della casa, che una donna gli è più che utile, necessaria. Nè basta a lui di essere in tal condizione d'agiatezza, che gli consenta il lusso di due o tre donne di governo. Fossero anche dieci, esse non valgono l'occhio ed il cenno di una buona massaia. Perciò, immaginate con quanti graziosi artifizi madonna Fiordalisa s'industriasse a insinuare bel bello nella mente di suo padre che la figliuola di un artista non doveva sposare che un artista. La cosa tornava bene all'umore bizzarro di mastro Jacopo; ed egli aveva fatta sua l'ideina germogliata nel cervello della sua Fiordalisa.

Perchè s'era messa in testa di consigliarlo a quel modo? Son certo che voi, lettor sottile, non mi menate buona la ragione domestica, rammentando la massima, confermata da una osservazione costante, che noi accogliamo le idee savie solamente quando esse s'accordano con una realtà che ci piace. Ma, a farlo apposta per isbugiardare la massima, Fiordalisa non ci aveva nessuna realtà di quelle che potreste figurarvi. Ella non aveva davanti agli occhi la più piccola immagine di genio nascente. Gli scolari di suo padre erano rozzi, o gaglioffi, veri fattori, garzoni di bottega, non artisti da innamorare le fanciulle. Madonna Fiordalisa non aveva condotto l'animo di suo padre su quella via, che per un senso d'orgoglio. Ecco in che modo.

L'arte della pittura incominciava allora ad essere tenuta in qualche pregio, più per la fama di Giotto e de' suoi valenti discepoli, che non per sè medesima, come arte liberale. Solo da pochi anni i pittori avevano istituita in Firenze la loro confraternita speciale, e mastro Jacopo di Casentino, che v'era ascritto dei primi, aveva dipinto per l'oratorio di quella un San Luca che ritrae la Nostra Donna in un quadro. Ma ciò non bastava ancora a nobilitare i pittori, poichè, lo sapete, tutte le distinzioni hanno mestieri di pigliar lustro dal tempo. Inoltre la compagnia di san Luca non era nata con intendimenti molto orgogliosi, ma solo perchè i maestri che allora vivevano, così della vecchia maniera greca, come della nuova di Giotto, ritrovandosi in gran numero e considerando che l'arti del disegno avevano in Toscana, anzi proprio in Firenze, avuto il loro rinascimento, s'erano consigliati di creare la detta compagnia, sotto il nome e la protezione di san Luca evangelista, sì per render lode e grazie a Dio nell'oratorio di quella, sì anco per trovarsi alcuna volta insieme e sovvenire nelle cose dell'anima e del corpo a chi, secondo i tempi, n'avesse bisogno. Il periodo è lungo; ma non è che l'abbreviatura d'un altro, anche più lungo, di messer Giorgio Vasari. Del resto i pittori non erano che una frazione degli scudai, rotellai, palvesai, ed altri artefici di quella fatta; nè si credevano diversi da questi, poichè tutti dipingevano le pezze onorevoli e le imprese negli scudi degli uomini di guerra. La famosa risposta di Giotto a quel villan rifatto che voleva farsi dipinger l'arme da lui, è la riprova di questa comunanza di lavoro. Il rinnovatore dell'arte italiana non si doleva tanto di dover dipingere uno stemma, quanto di dover accettare la commissione d'un uomo di picciolo affare, che ragionava d'armi come se fosse il duca Namo di Baviera.

Accadeva dunque all'arte della pittura ciò che è dei piccoli aquilotti nel nido, che sentono nascer le penne e già batton l'ali, quantunque abbiano ancora i bordoni. Madonna Fiordalisa sentiva il gentile orgoglio dell'arte paterna, e in ciò spero che nessuno le vorrà dar torto. Quegli angioli e quelle Vergini che dipingeva suo padre e che facevano rimanere a bocca aperta tanti gentiluomi di Firenze e di Arezzo, erano quarti di nobiltà per la sua casa, che valevano pure le armi di concessione degli imperatori di Lamagna e dei reali di Francia. Madonna Fiordalisa aveva dunque la sua piccola superbia in testa. E poichè al matrimonio bisognava pensare, per la ragione naturalissima che una bella ragazza come lei non avrebbe potuto sottrarvisi, ella incominciò a fare il suo ragionamento dentro di sè. Un artefice di umili lavori non lo voleva, e ad ogni modo non lo avrebbe voluto mastro Jacopo; ma un gentiluomo, ancorchè fosse piaciuto a suo padre, non lo avrebbe voluto lei sentendo istintivamente che i grandi, i potenti della terra, non erano fatti per la figliuola d'un pittore. Madonna Fiordalisa non amava discendere, ma non voleva neanche salire ad una altezza, dove poi le si potesse rinfacciare l'umiltà relativa dei suoi natali. In quel corpicino leggiadro batteva un cuor di regina.

Nessuno, io spero, vorrà dirmi che io la rendo brutta, dipingendola un tantino orgogliosa. L'ipocrisia non deve guastar l'arte, come qualche volta pur troppo le avviene di guastar la natura. Orgogliosi lo siam tutti la parte nostra, e meglio sarebbe confessarlo sinceramente, ognuno per sè medesimo, anzi che fermarsi a biasimare la cosa negli altri. Fiordalisa a buon conto, era superba come doveva essere, di quella superbia che non reca offesa ad alcuno, ma che basta a farci sentire non indegnamente di noi, ed è stimolo potente ad opere egregie, o almeno almeno a non volgari pensieri.