Messer Luca Spinelli, quel giorno, baciò sulle gote la gentil Fiordalisa e la chiamò col dolce nome di figlia. Com'era bella, nella sua veste di ferrandina a larghe pieghe e la radice del collo coperta da un baveretto bianco! Era la veste che ella indossava per recarsi al Duomo; la veste con cui l'aveva veduta per la prima volta Spinello, e voi intenderete, io m'immagino, il delicato pensiero che l'aveva consigliata di vestirsi a quel modo, lasciando al giorno seguente le più sfarzose abbigliature.

Ma ohimè, se Fiordalisa, era bella, non era altrimenti lieta. Messer Luca osservò che la sua nuora futura, anzi, la sua cara figliuola, poichè oramai poteva anch'egli chiamarla così, portava sul volto le traccie d'un interno rammarico.

—Luca mio,—gli disse mastro Jacopo, traendolo in disparte,—che volete? Son donne e ci hanno le loro piccole superstizioni. S'è dovuto prendere quattro o cinque persone a mezzo servizio, per dar mano a tutto il bisognevole in questa casa, dove pare che ci sia il finimondo. E stamane, uno di questi gaglioffi anzi una di queste sventate, poichè si tratta d'una donna, nel riporre certe robe nel forziere di mia figlia, ha lasciato cadere un piccolo specchio, che è andato, come potete immaginarvi, in tanti minuzzoli. E per giunta (vedete che sciocca!) non s'è messa a gridare che era una grande disgrazia?

—Lo è certamente;—notò messer Luca Spinelli.—Costa caro uno specchio!

—Oh, per questo avete ragione; ma non era il caso di vederci altro guaio. La mia figliuola veramente non li aveva, certi pregiudizi per il capo; ma voi mi capirete bene; sentirsi dire che il rompere uno specchio porta sventura, non è certamente una cosa piacevole, specie alla vigilia d'un matrimonio. Io per altro l'ho consolata, dicendole che la rottura d'uno specchio porta sventura, bensì, ma solamente a chi lo ha lasciato cascare. Non ho detto bene? Ma lasciamo queste ragazzate;—conchiuse mastro Jacopo;—e andiamo a tavola, con la benedizione di Dio.

Del resto, se madonna Fiordalisa era grave all'aspetto, non crediate che fosse per quel piccolo guaio, dimenticato pochi istanti dopo che era avvenuto. Ed ella e il suo fidanzato stavano in contegno, come è costume di tutti gl'innamorati, giunti a quel momento, in cui hanno da custodire la loro allegrezza dallo sguardo importuno dei curiosi, ed anche da nascondere, per debito di cortesia, la noia che provano a dover perdere il loro tempo in compagnia di profani.

Fortunatamente, se i due innamorati apparivano un po' malinconici, mastro Jacopo era gaio per essi e per altre undici coppie di sposi. È sempre andata così. I caratteri più burberi quando girano per caso al buon umore, diventano così pienamente e così rumorosamente allegri da mettere in sacco una dozzina di giullari.

Mastro Jacopo aveva ragione d'essere così allegro. La sua figliuola andava a marito. Era la sorte di tutte le ragazze; ma per quella volta la frase non era precisa, poichè Fiordalisa non andava restava, ed era il marito che faceva la strada. Mastro Jacopo aveva voluto tirarsi il genero in casa, e Luca Spinelli che non era ricco, già lo sapete, si acconciava al desiderio del vecchio pittore. Il quale poteva dire giustamente di aver concessa con una mano sua figlia, ma di averla ritenuta con l'altra.

Alle gioie domestiche di mastro Jacopo avevano preso parte moltissimi, in Arezzo, e si potrebbe aggiungere tutti gli abitanti della contrada. Mastro Jacopo era universalmente stimato; la sua figliuola era universalmente amata, anzi per dirla con una iperbole tutta nostrana, adorata. Figuratevi che davanti all'uscio di casa erano stati piantati degli alberi inghirlandati di fiori. Era la confusione del calendario; ii maggio in ottobre! E sotto alle finestre della casa si affollavano i cantori popolari, per festeggiare le nozze di madonna Fiordalisa coi loro rispetti, frammezzati da certe rifiorite, che era una delizia a sentirle.

Non vi descrivo il pranzo. Vi dirò solamente che fu degno della circostanza e lieto per una bella confusione di bicchieri e di lingue. Il vin toscano, specie quello di Val di Chiana, è generoso, non traditore; vi dà una dolce allegria, senza turbar la ragione.