Spinello non mangiava e non beveva che a fior di labbra. Guardava Fiordalisa. Stava a sentire i motti, sorrideva ai complimenti, accettava gli augurii, ma senza meditarci su. Guardava Fiordalisa. Di tanto in tanto, facendo uno sforzo di volontà, si concentrava in sè medesimo e chiedeva:
Son io, proprio io, che la sposo? Non è un sogno, che faccio? In fede mia non lo so. Vedrò di persuadermene domani.—
La giornata era bellissima, forse un po' troppo calda, per il mezzo d'ottobre. Guardando Fiordalisa ad ogni tratto, Spinello s'immaginò ch'ella dovesse soffrire. Come Dio volle, anche il pranzo finì; ed egli, accostandosi alla sua fidanzata, le chiese sotto voce:
—Madonna, che avete? Vi sentite qualche cosa?
—Oh, nulla;—rispose ella.—Un po' di caldo.
—Dovevo figurarmelo;—riprese Spinello.—Si sta male, chiusi qui dentro, ed in tanti! Venite con me, madonna, a respirare un po' di aria libera.—
Fiordalisa accettò l'invito di Spinello, ed escì con lui sul loggiato. Era l'ora di vespro, e il sole incominciava a nascondersi dietro i tetti delle case vicine. Il cielo era splendido scintillante d'oro con riflessi di porpora. L'aria, sul loggiato, era tiepida ancora della lunga refrazione dei raggi solari sulle pareti e sui colonnini di marmo; ma dalla strada incominciava a spirare il timido soffio dell'aria vespertina. Fiordalisa bevve con desiderio quell'alito consolatore.
—Bella sera!—esclamò Spinello!—E miglior giorno sarà domani!—
Fiordalisa si volse a lui e sorrise, ma d'un sorriso stanco, che morì appena nato su quelle pallide labbra.
—Anima mia!—proseguì Spinello avvicinandosi.—Voi non vi sentite bene, quest'oggi!