—È vero;—diss'ella—-Non so proprio che cosa sia. Mi parea di morire, là dentro.
—Dio mio!—esclamò il giovane, commosso—bisognerà prendere qualche cosa. Se io sapessi!…
—Oh, non vi date pensiero. Anche oggi, prima di venire a tavola, ho preso un cordiale. Mi sentivo già un poco abbattuta!….—
Spinello si sarebbe turbato per molto meno. Volgendo la testa, come chi cerchi qualche cosa che non sa, gli venne veduta, nel vano dell'uscio che metteva al loggiato, la faccia scura di Tuccio di Credi.
—Tuccio,—diss'egli allora,—vi prego, chiamate mastro Jacopo.—
Tuccio si era inoltrato fin là, con aria tra curiosa e indifferente. Gli dava noia d'esser colto sull'atto di spiare i due giovani; ed era già per tirarsi indietro, sperando di passare inosservato, quando gli giunse la voce di Spinello.
—Subito;—rispose egli, confondendo nella scossa del comando ricevuto quella del vedersi scoperto.
E andò prontamente a far l'imbasciata. Poco dopo, mastro Jacopo giungeva sul loggiato.
—Mi avete chiesto? Che c'è? Che cosa è avvenuto?—gridò egli, vedendo
Spinello che si volgeva a lui, con la cera sconvolta.
—C'è… Oh, padre mio, non vi turbate oltre il necessario! Fiordalisa non si sente troppo bene. Il caldo la soffocava, là dentro.