Le ossa del vecchio pittore ebbero tomba onorata in Sant'Agnolo, badia dell'ordine dei Camaldoli, fuori di Prato Vecchio, nelle cui vicinanze i parenti avevano condotto il povero pazzo, sperando che le aure natali del Casentino potessero ridare un po' di calma al suo spirito. Ma anche quell'ultima speranza fu vana.

La morte del vecchio scolaro di Taddeo Gaddi risaputa in Arezzo, non fece altro che rinfrescare il dolore di un'altra morte, a cui essa era collegata, come l'effetto alla causa. Si pensava sempre a madonna Fiordalisa e si rimpiangeva la sua fine miseranda; si rammentava la sua maravigliosa bellezza, raggio di sole così presto invidiato alla terra, e nessuno sapeva acconciarsi all'idea di averne perduto per sempre il divino sorriso.

Mi chiederete come avesse accolto il triste annunzio messer Lapo Buontalenti. Il ricco e potente uomo, qualche giorno prima che madonna Fiordalisa morisse, si era allontanato da Arezzo. Che egli amasse la figlia del pittore e l'avesse chiesta in moglie, si sapeva da molti, e si sapeva altresì che mastro Jacopo gli aveva dato un rifiuto. Era naturale che messer Lapo se ne fosse adontato; non essendo piacevole a nessuno di sentirsi dire un no, anche colorito da oneste ragioni. Perciò s'intendeva facilmente come il Buontalenti non avesse voluto rimanere in Arezzo, testimone delle nozze di Fiordalisa con Spinello Spinelli, e non parve strano che egli si fosse ritirato a vivere per qualche tempo in una sua terra sulla montagna pistoiese. Messer Lapo aveva dunque portato il suo rammarico molto lontano da casa, e non c'era modo di sapere se, udendo della morte di madonna Fiordalisa, egli ce ne avesse aggiunto un altro più grande, o se invece non ne dovesse avere la consolazione dei dannati. La quale, come sapete, consiste nel rendere meno grave il proprio dolore, pensando che altri l'ha eguale o maggiore.

Anche Spinello, dopo quella grande rovina della sua felicità, si era allontanato da Arezzo. Se ci fosse vissuto più a lungo, sicuramente sarebbe morto di crepacuore, non essendo maggior esca al dolore che il vivere nei luoghi in cui si è patito il danno e in cui ne è sempre vivo il ricordo. Unico degli scolari di mastro Jacopo rimase nella nota bottega il mite e timido ingegno di Parri della Quercia. Vedete stranezza di casi! Un dipintore di tavole a tempera, che non si era mai arrischiato a lavorare in muro, ereditava il luogo e la tradizione d'un artista come Jacopo di Casentino, che aveva sempre dipinto a fresco, senza lasciar pennelleggiata una tavola. Infatti, la memoria di mastro Jacopo doveva essere ricordata da questo epitaffio in versi latini, della cui prosodia non posso starvi mallevadore:

Fingere me docuit Gaddus; componere plura
Apte pingendo corpora doctus eram.
Prompta manus fuit; et pictum est in pariete tantum
A me; servat opus nulla tabella meum.

Tuccio di Credi, anima caritatevole, si fece compagno volenteroso ed assiduo al povero Spinello, e questi si lasciò condurre da lui a Firenze. Messer Luca aveva consigliato egli stesso il viaggio, sperando che ne potesse ritrarre qualche giovamento lo spirito conturbato di suo figlio, e immaginate come dovesse esser grato a Tuccio di Credi, che si profferiva custode e guidatore del suo disgraziato figliuolo.

Spinello non aveva più ombra di volontà. Lasciava che Tuccio di Credi provvedesse lui ad ogni cosa. Era come il naufrago che ha tutto perduto, fortune e speranze, e che, dalla riva deserta su cui l'hanno sbalestrato i marosi, guarda con occhi smarriti, senza sdegno e senza paura, il torbido elemento che ha portato i suoi danni. Spinello seguiva alla muta il suo compagno, accettandone i servigi ed ascoltandone i conforti, ma senza avere un'idea chiara di ciò che quell'altro facesse o dicesse. Per fortuna, Tuccio di Credi non era uomo di lunghi discorsi, nè di molte delicatezze, e non c'era pericolo che per quel verso potesse mai diventare importuno. Alla tacita obbedienza di Spinello non poteva convenire che l'amichevole ruvidezza di Tuccio.

Questi badava alle noie della vita comune; l'altro seguiva il corso vagabondo de' suoi tristi pensieri, che lo riconducevano ad ogni istante nel chiostro del Duomo Vecchio di Arezzo, dove egli aveva pregato sulla tomba di Fiordalisa. L'immagine della donna adorata rompeva qualche volta il suggello del sepolcro e veniva a intrattenersi con lui. Ah, se egli avesse mai potuto ritrarla, quale essa gli stava sempre negli occhi!

A Firenze i due amici erano andati ad alloggiare in una povera casa, nella via della Scala. Escivano insieme ogni giorno, passeggiando lentamente fino alla piazza di Santa Maria Novella, dove Spinello andava a sedersi su d'un muricciuolo, e vi restava a lungo, senza parola, guardando il sole che tramontava. Quando era una cert'ora, Tuccio di Credi si avvicinava all'amico e gli diceva: andiamo! Spinello si alzava e lo seguiva senza far motto, come un fanciullino segue la madre. Tornati al loro alloggio, la vecchia padrona di casa dava loro il lume acceso e la buona notte. Era una vita monotona. Ma ai grandi dolori queste vite convengono.

Ora avvenne che, passando ogni giorno per la via della Scala e davanti alla chiesa di San Nicolò, nuova fabbrica edificata allora allora per voto di messer Dardano Acciaiuoli, l'accoramento di Spinello Spinelli desse nell'occhio ad un cavaliere, che per sue ragioni doveva trovarsi spesso colà.