—Triste cosa!—mormorò il vecchio gentiluomo.—E il vostro amico che fa?
—Nulla, per ora, tanto è rimasto percosso da quella grande sciagura.
Ma egli è pittore.
—Come voi, probabilmente.
—Sì, messere; ma io valgo assai meno;—rispose Tuccio di Credi con aria modesta.—Egli s'è già mostrato un valoroso frescante, e un suo dipinto si ammira nel Duomo vecchio d'Arezzo, ove gl'intendenti dicono che non isfiguri al confronto di quelli del suo vecchio maestro.
—Mi sembra d'averne udito parlare:—notò il vecchio gentiluomo.—E voi mi dite che adesso non fa nulla?
—Nulla affatto, messere. La sua afflizione è tale che gli toglie perfino il pensiero delle necessità della vita. Suo padre l'ha affidato alle mie cure; e se non ci fossi io, egli certamente si lascerebbe morir di fame.
—Povero ragazzo!—esclamò il vecchio gentiluomo, crollando malinconicamente il capo.—Vorrei essergli utile…. Egli stesso potrebbe esserlo a me. Vi piacerebbe dirglielo? Anzi, meglio, di condurlo da me?
—Volentieri; ma dove?
—Laggiù, in via della Scala, nella chiesa di San Nicolò. È chiusa, finora; ma potrete passare dall'uscio della sagrestia. Domani stesso, all'ora in cui usate andare a diporto, io sarò ad aspettarvi,
—Ci verremo, messere;—rispose Tuccio di Credi.—Ma, di chi dobbiamo noi domandare?