—No;—rispose Tuccio di Credi, ammiccandogli;—eravamo entrati per osservar le pitture; ma non ne vediamo traccia.

—Da pochi giorni s'è finito di fabbricare: rispose cortesemente il vecchio.—Gli affreschi verranno, quando avremo trovati i dipintori. Siete dell'arte, voi?

—Maisì, messere; io di poco valore, il mio compagno di molto.

—E il vostro nome, se è lecito saperlo? Io mi chiamo Dardano
Acciaiuoli.—

Spinello fece una mezza riverenza, per obbligo di cortesia. Intanto il compagno rispondeva per ambedue alla domanda del gentiluomo.

—Io mi chiamo Tuccio di Credi: il mio compagno è Spinello Spinelli.
Tutt'e due della scuola di mastro Jacopo di Casentino.

—Ah!—disse messer Dardano.—Il vostro amico è l'autore d'un San
Donato, nel Duomo Vecchio d'Arezzo?—

A quel ricordo, Spinello Spinelli trasse un profondo sospiro dal profondo del petto. E frattanto s'inchinò leggermente, per ringraziare messer Dardano Acciaiuoli del suo accenno cortese.

—Mi congratulo con voi;—proseguì messer Dardano, volgendosi allora a Spinello.—Così giovane e già tanto valoroso dipintore! Ma perdonate, se io penso a me, intrattenendomi con voi. È l'occasione che passa, ed io l'afferro pei capegli. Messer Spinello, volete dipingere per me? Queste mura vi aspettano.—

Spinello Spinelli non si aspettava una simile conclusione, e ne rimase sconcertato.