—Messere,—diss'egli,—in verità…Io debbo esservi grato della stima che fate di me. Ma come volete che io riprenda il lavoro? La mia anima è triste.

—Orbene, che importa? Io non vi dico già d'esser lieto. I grandi dolori non vogliono consolazione, ed io rispetto il vostro. Ma badate, il lavoro è il più possente dei farmachi. Piangete una persona cara? Il vostro lavoro sarà come una preghiera per lei.

—Vorrei morire; la vita mi pesa;—mormorò Spinello.

—Oh, non parlate così, messere. Alla vostra età si hanno ancora degli obblighi col mondo. Ad ogni età, se n'hanno sempre con Dio. Possiamo desiderare di giungere a lui per la strada più breve; a lui sta d'esaudirci, se lo avremo meritato, con una vita scevra di viltà. Accettate la mia proposta, messer Spinello. Voi non lavorerete soltanto per me, lavorando nella casa di Dio.—

Come resistere ad un invito così amorevole? La stessa miscèa che l'Acciaiuoli faceva del lavoro e della preghiera, doveva piacere ad un'anima afflitta come quella di Spinello Spinelli. E il giovane pittore non uscì quel giorno dalla chiesa, senza avere accettata la proposta.

Dardano Acciaiuoli aveva fatto fabbricare quel tempio, per darvi sepoltura ad un suo fratello vescovo. Perciò l'intitolazione a San Nicolò, che in suo vivente era stato vescovo di Bari. E la dedicazione della chiesa, come potete immaginarvi, dava il tema obbligato al pittore, che ideò per l'appunto e compose parecchie storie ricavate dalla vita del Santo.

Una settimana dopo il dialogo che io v'ho riferito brevemente, si rizzavano i ponti e Spinello si metteva al lavoro, aiutato da Tuccio di Credi, il quale macinò e mesticò i colori del suo compagno d'arte, diventato suo principale, assai meglio che non avesse fatto in Arezzo.

Nè messer Dardano Acciaiuoli ebbe a pentirsi della commissione data a Spinello Aretino. Egli dovette anzi lodarsi grandemente della buona idea che lo aveva condotto a seguitare per istrada quel giovine taciturno, e vederci quasi una ispirazione del cielo. In quei tempi di fede viva, la cosa poteva benissimo intendersi per quel verso, e il ragionamento non faceva neppure una grinza.

Spinello si portò tanto bene in quell'opera, così nel colorirla come nel disegnarla, che presto non si parlò più d'altro in Firenze, e tutti gli amici e conoscenti di messer Dardano vollero vedere gli affreschi del giovine aretino, anche prima che fosse levata l'impalcatura. Tirato dalla fama di Spinello, e veduta la bontà delle figure che egli dipingeva, un altro ragguardevole cittadino di Firenze, messer Barone Capelli, volle che il giovane protetto dell'Acciaiuoli dipingesse nella cappella principale di Santa Maria Maggiore molte storie della Madonna, a fresco, ed alcune di sant'Antonio abate, indi la cerimonia stessa della consecrazione della chiesa, che era stata fatta da papa Pelagio. In questo quadro, che ebbe molte lodi dagl'indipendenti, Spinello ritrasse lo stesso messer Barone Capelli, al naturale, in abito di quei tempi, molto ben fatto, e somigliante che nulla più. I ritratti gli riescivano sempre mirabilmente, quasi ad accrescergli il rammarico di non aver potuto cogliere la somiglianza di madonna Fiordalisa!

Finita la cappella principale di Santa Maria Maggiore, lavorò Spinello nella chiesa del Carmine, dipingendo nella cappella dei santi apostoli Giacomo e Giovanni alcune storie del Vangelo; tra l'altre quella della moglie di Zebedeo, madre all'apostolo Giacomo, quando ella domanda a Cristo che faccia sedere uno dei suoi figliuoli alla destra del padre nei regno dei cieli, e l'altro a sinistra. Ai massari della chiesa parve questo un meraviglioso lavoro; e tosto ne vollero un altro, commettendo a Spinello di dipingere un'altra cappella, accanto alla maggiore. Quivi Spinello fece prova d'ingegno singolare, poichè, volendo esprimere l'Assunzione di Maria, e la storia dovendo riescire più grande della vòlta, egli la rigirò per modo, tra la parete e la vòlta medesima, che ai riguardanti parve tutta una cosa, condotta in soavissima curva, senza interruzione d'angoli o di sottosquadri.