Uno di quei giorni, entrando sulla terrazza, Spinello non vide lassù le altre donne. Forse era giunto più tardi del solito, e quelle avevano già levati i pannilini dal sole. O forse non era giorno di bucato. Insomma, tutto ciò importa poco al racconto, ed io l'ho accennato solamente per dirvi che lassù egli non vide quella volta che la fanciulla, e non ebbe altro saluto che il suo.

—Poverina!—pensa egli, mentre si affacciava al parapetto della terrazza.—Ella non fa che lavorare da mattina a sera. Già, lavoriamo tutti, a questo mondo. E perchè, poi? Per morire.—

Vi fo grazia del soliloquio, che avviato su quel tono, andò molto lungo. Quando ebbe finito di filosofare, alzò gli occhi, sempre a caso, come soleva, tanto per muovere il capo, e intravvide la fanciulla del balcone. Gli parve da un lieve motto della testa, che ella avesse finito allora di guardarlo. Ma non badò più che tanto a quel segno di curiosità femminile. Ormai ci aveva presa la piega, e non doveva insospettirsi per una guardata innocente.

Ma il giorno dopo, mentre stava per mettersi a tavola, Tuccio di Credi gli disse:

—Sapete, maestro? L'hanno riconosciuta.

—Chi?

—La vicina, nella figura di Santa Lucia.—

Spinello ebbe l'aria di cascar dalle nuvole.

—Che novità è questa?—esclamò.—Io non so che cosa si sia potalo riconoscere….

—Ma sì, vi dico, il popolino del Borgo ha riconosciuta la figlia dell'orafo. Perchè dovete sapere che quella ragazza del balcone qui presso, è la figlia d'un orafo, che lavora in una bottega del Ponte Vecchio. Ho udito io con questi orecchi, ho udito le donnicciuole che, dopo aver guardata la vostra bella tavola, dicevano; to', è monna Ghita dei Bastianelli. E infatti….