—Un augurio! Di che?

—Di matrimonio, perbacco!—osò rispondere Tuccio di Credi.—Via, non mi fate quella brutta cera. Non ho mica parlato del diavolo! I Bastianelli son brava gente, stimati per tutto il Borgo, e di monna Ghita si parla assai bene; perfino dalle donne, che è tutto dire! Voi siete solo, maestro. Io non potrò mica esser qui sempre, a tenervi compagnia!

—Povero Tuccio!—mormorò Spinello.—Io debbo esservi grato di tante cure amorevoli. Cure inutili, del resto;—soggiunse egli, sospirando.—A che serve la vita?

—Serve ai fini di Domineddio, e vi par poco? Fino a tanto che egli ci tiene quaggiù, bisogna starci. Non ricordate quel che dice messer Dardano quando gli fate dei discorsi come questo? Il gentile uomo vi ama assai. Anche ieri me lo diceva:—Bisognerebbe che Spinello togliesse moglie.

—Ah!—gridò Spinello.—E voi?

—Io…. Scusate, maestro. Io gli ho raccontato di questo ritratto, che tale è parso a tutti, come a me.—

Spinello si morse le labbra e diede una guardataccia all'imprudente compagno.

—Questo non dovevate far voi!—esclamò.—Mettere in piazza una onesta fanciulla!

—Oh, per questo, non ci vedo alcun male;—rispose Tuccio di Credi, appoggiando la frase con un'alzata di spalle.—Ella stessa, rimanendo ogni giorno in vista, presso al balcone….

—O perchè dovrebbe allontanarsene, se è in casa sua?—disse Spinello.—E non credete che possa starci per consuetudine e senza badare a me, come ci sto io, sulla terrazza, e senza occuparmi di lei?