Gli occhi di Tuccio sfavillarono d'allegrezza. Quel bravo Tuccio di
Credi! Amava tanto Spinello!

X.

L'anno era trascorso dacchè madonna Fiordalisa era morta per lo sventurato Spinello. Ed egli, il fedele, l'inconsolabile amante, circuito, spronato, incalzato, oppresso dalle esortazioni di tutti, dava tregua al lutto del suo cuore, per impalmare un'altra donna.

Così finiscono, direte, così finiscono gli eroi da romanzo! Ma, di grazia, umani lettori (e vorrei soggiungere umane lettrici), sentite un pochino le ragioni del narratore. Si grida tanto alla debolezza dei romanzieri, che si son fitti in capo di presentare al pubblico dei tipi perfetti, soprannaturali, impossibili! E i romanzieri, che sono uomini veri, cioè a dire imperfetti la parte loro, si seccano di questa chiacchiera, oramai troppo ripetuta. Ah, volete del vero? Eccone. Voi pretendete, osservatori giudiziosi della natura, che il dolore non duri eterno nell'anima umana. L'esempio costante di ciò che vedete intorno a voi sembra dirvi che la gioventù della carne, mortificata a lungo da un profondo rammarico, si ribella un bel giorno al suo tormentatore e ripiglia i suoi diritti? Ammettiamo che sia vero, e rifacciamo i nostri poveri eroi su questo grazioso esemplare. Noi dunque dicevamo….

No, non dicevamo nulla; o piuttosto, dicevamo che non è proprio così. Il senso morale si ribella anche lui, respinge queste superficialità dell'osservazione quotidiana, ed anche in un atto di debolezza vuol vedere le ragioni di un grande sacrifizio. Andate coll'indagine minuta e paziente, andate in fondo a queste apparenti infedeltà che sono portate dai casi e consigliate dagli obblighi della vita, e troverete ancora il dolore, più profondo e più grave che mai, poichè i contrasti degli affetti lo avranno mutato in rimorso.

Lo abbiamo tutti, non dubitate, lo abbiamo tutti, un alto ideale nell'anima. Lo si nega da molti, a cui pesa di nutrire un ospite così ragguardevole, e di apparire poco padroni in casa propria. Ma la coscienza lo svela a tutti e col testimonio della coscienza non c'è negazione che tenga. Quando la commedia del giorno è finita e l'attore si trova solo nel suo camerino, dove non ha più da ingannare nessuno, spoglia le vesti e gitta gli arnesi della sua parte, incominciando da quei mustacchi neri e arroncigliati che gli davano un'aria di gradasso, o da quelle fedine bionde, che lo facevano parere un inglese annoiato. Quando tacciano intorno a voi le voci del mondo, ascoltate la voce arcana che è dentro di voi e che vi dice: Così devi essere, non come ti sei dato a vedere. Nobiltà, grandezza, culto della virtù, non sono vuote parole. Perchè vuoi mostrarti spregiatore delle cose invisibili, solo perchè non si riflettono nello specchio che ti rappresenta la tua immagine arcigna? E chi credi tu d'ingannare, con questa tua scettica asseveranza? Chi ti dice che tutto ciò che fu, sia morto davvero e per sempre? Chi ti assicura che gli occhi vigili, di là dalla tomba, non guardino ancora, con tristezza o pietà, ciò che tu fai di malvagio o di sciocco?

Spinello Spinelli vedeva la propria condizione e pensava con raccapriccio che avrebbe dovuto mentire davanti ad una povera fanciulla un affetto che non sentiva nel cuore. Ma gli soccorreva in quel punto l'esempio di Parri della Quercia. Già condannato ad una fine immatura, non impalmava egli una ragazza, col nobile proposito di liberarla dalle strette della miseria e dai mali trattamenti della famiglia? E Spinello, dal canto suo, condannato al lutto eterno delle sue morte speranze, non avrebbe assicurato a monna Ghita dei Bastianelli uno stato di gran lunga superiore a ciò che ella poteva ripromettersi? Perchè, infine, egli era giunto in breve ora all'eccellenza dell'arte e ne raccoglieva i frutti ogni giorno. La sua medesima tristezza, appartandolo dal mondo, gli recava il benefizio inestimabile di una febbrile operosità. La ricchezza si faceva incontro a Spinello, più che egli non andasse a cercarla; e quella ricchezza egli avrebbe data a monna Ghita, in compenso di un amore che non era in poter suo di offerirle.

E poi, che cosa doveva ella sapere delle cose d'amore, quella vergine creatura, vissuta sempre rinchiusa tra le pareti domestiche? Così pensava egli, ingannandosi; ma in quella stessa guisa che si ingannano tutti, credendo che amore sia una scuola, mentre esso è una rivelazione. Una donna, anche più facilmente e meglio dell'uomo, si inizia all'amore da sè, Non ne ha imparati i segreti; eppure ella sente subito, appena il suo cuore abbia incominciato a dare i battiti più frequenti dell'usato, ella si addestra a discernere l'amore vero dal falso, l'accento della passione da quello della tenerezza e della pietà. Ma infine, ve l'ho detto, Spinello s'ingannava come tanti e tanti altri, e poteva credere che quella innocente fanciulla non gli avrebbe saputo chiedere più di quello che egli poteva darle in ricambio. E all'ombra di Fiordalisa, che gli stava sempre negli occhi, mostrava gli amici, i protettori, messer Dardano, suo padre, tutti collegati nell'opera di volerlo ammogliato. E le soggiungeva, quasi a finire di persuaderla: vedete, la donna che io ho, non già trascelta fra mille, ma accettata dalle mani del caso, è una povera creatura, a cui mancano le grazie della persona, e nessuno potrà credere che il mio cuore, ancor pieno di voi, si sia infiammato per una donna così poco paragonabile a voi.

In questo modo e con questi ragionamenti, Spinello Spinelli si acconciò al nuovo proposito. Messer Luca, a mala pena ne ebbe il felicissimo annunzio, si partì da Arezzo, per venire a Firenze. Gli antichi odii partigiani che lo avevano cacciato dall'ombra del suo bel San Giovanni erano da gran tempo sopiti. Riabbracciò il suo figliuolo e gli parve di vederlo tornato da morte a vita; nè si dolse, nel suo cuore di padre, aperto a tutte le ammirazioni come a tutte le tenerezze, di dover mandare il rispetto di costa all'amore, trovando Spinello così grande, per le sue opere, nella estimazione di tutti.

—Figliuol mio,—gli dicea, non sapendo saziarsi mai di guardarlo e di baciarlo sul viso,—sei tu? proprio tu? il dipintore famoso, che contende la palma ai migliori della scuola di Giotto? E sono io tuo padre?—