—Illustrissimo, non ne so nulla;—rispose Silvestro.—Cercherò nell'armadio.

—Nell'armadio non c'è;—disse Gino.—In quei cassetti nemmeno.
Chiamami Giuseppe; egli forse ne saprà qualche cosa.—

Silvestro obbedì, e Gino respirò vedendolo andare così risolutamente. Aveva già incominciato a temere che gli avessero mandato via il suo fido Giuseppe.

Questi, da buon cospiratore, non si era mostrato molto premuroso, all'arrivo del padroncino, e infatti non era neanche venuto in anticamera. Bisognò andarlo a cercare nella camera di servizio, dove se ne stava tutto intento alle opere del suo ministero. Andò, chiamato, e fu felice d'incontrare per via il conte Jacopo, di esserne interrogato e di potergli rispondere:—vado dal signor conte Gino, che cerca un suo abito grigio e non lo trova.—

Le dimostrazioni furono brevi, tra Gino e il suo buon servitore. L'uscio della camera rimaneva aperto, qualcheduno poteva ad ogni momento passare di là. Ma fingendo di rovistare nei cassetti, aprendo e chiudendo via via un mobile o l'altro, per cercar sempre un abito grigio che era stato ritrovato alla bella prima, Giuseppe ebbe tempo e modo di dire al padroncino tutto ciò che più gl'importava di sapere.

Alla polizia ducale, forse venti giorni prima, era giunta notizia di una festa sulle rive di un lago, di discorsi pronunziati, di evviva all'Italia, di voti temerarii per la distruzione dell'ordine stabilito, di una piemontesata, insomma, come allora si diceva, riferendo ogni protesta, ogni dimostrazione di sentimenti patrii, alle mene, alle istigazioni dell'aborrito Piemonte. Capi di quel tentativo, di quel principio di ribellione, erano i Guerri, i ricchi padroni delle Vaie, nè da meno di loro si era mostrato un parroco, che aveva osato imporre ad una barca il nome scomunicato d'Italia. La cosa era enorme, tanto enorme, che a tutta prima non si voleva credere alle relazioni avute. Si erano chiesti nuovi particolari, e i nuovi particolari avevano confermati i primi, aggravandoli. L'autorità, grandemente turbata, vedeva necessario un castigo esemplare. Ma in quel frattempo il ministro di Stato aveva promesso di richiamare a Modena, prosciogliendolo dal confine, il giovane conte Malatesti; voleva mantenere la promessa fatta alla signora marchesa Baldovini. Perciò si era stabilito d'ignorare la parte avuta dal conte Gino in quella festa, non vedendoci al più che una nuova ragazzata; di richiamare a Modena il giovanotto, e, lui partito da Querciola, di aprire un'inchiesta sulla faccia del luogo, interrogando all'uopo tutti i famigli dei Guerri, e d'istruire un processo, se fosse stato del caso.

Gino fremette, udendo tutte quelle notizie, che gli dava a spizzico il suo fedel servitore.

—E la marchesa ha mano in tutto ciò?—chiese egli, come Giuseppe ebbe finito il racconto.

—Ha avuto mano nella liberazione di Vossignoria;—rispose il servitore;—è naturale che fosse istruita del resto. A proposito, non deve dimenticare che la signora marchesa mi ha mandato l'altro giorno a chiamare.

—E perchè?