—Il primo giorno, sì, e infatti il portiere mi aveva detto graziosamente:—ritornerà stassera o domani.—Ma due giorni dopo, era un'altr'aria. Di sicuro aveva ricevuto l'imbeccata.

—Non dal conte Gino, allora.

—O da chi poteva averla ricevuta?

—Dalla famiglia, per esempio. Tutto ciò che mi hai raccontato non mi persuade ancora. Per credere che il conte Gino Malatesti si sia dimenticato affatto di noi, bisognerà che me lo confermino con giuramento almeno tre testimoni.

—Uno più dell'uso!—esclamò Pellegrino.—Ma si è egli degnato, appena giunto a casa, di scrivere due righe ai padroni? Conosco il suo carattere, per essere stato tre mesi con lui e aver portato i suoi biglietti ad Aminta, quando non si trattava d'altra distanza che quella da Querciola alle Vaie. Son io che vado a Fiumalbo per le lettere, e di suo non ho visto tanto così!

—È vero;—confessò malinconicamente Don Pietro.—Ma chi sa che cosa gli è accaduto, a quel povero ragazzo?

—Oh, non si è mica rotto il braccio destro,—ribattè Pellegrino.—Può viaggiare; potrà anche scrivere. Io, del resto, non c'entro.

—E dimmi,—riprese Don Pietro,—hai parlato di queste cose con nessuno?

—No, neanche col signor Aminta. Mi è sembrato di capire che avrebbero fatto dispiacere. Sa! per quel tal sospetto che avevo e che le ho detto in principio. Ma ora che so…

—Ora che sai,—interruppe Don Pietro,—devi tacere per tutto il resto che non sai. Tu hai fatto bene, tenendo subito le tue notizie per te; hai fatto bene,—soggiunse sospirando, come un uomo che non è ben persuaso di quel che dice,—hai fatto bene a confidarle a me, prima di farne uso con altri; puoi accettare il mio consiglio, che è quello d'aspettare un altro poco.