—Eh, quasi!—rispose Pellegrino.—Son venuto a cercarla in chiesa, appunto per averne l'aria.
—Sentiamo dunque,—disse Don Pietro, tirando il giovanotto in uno stanzino accanto alla sagrestia, dov'era infatti un inginocchiatoio, con un seggiolone daccanto.—Se è una mezza confessione, qui nessuno ti ha da vedere, e puoi parlare liberamente, figliuol mio.
—Incomincio subito,—disse Pellegrino.—Ella saprà, almeno avrà potuto indovinare, che il signor conte Gino vedeva molto di buon occhio la mia padroncina.
—Non so, e non ho indovinato nulla;—rispose Don Pietro.—È questo che avevi da dirmi?
—Scusi, era necessario, per cominciare. A me era parso che fosse così. Ma se non c'era nulla tra loro due, tanto meglio.
—E perchè?
—Perchè, vede, ho avuto certe notizie, laggiù…. certe notizie che m'avevano già guastato il sangue. Ma se Lei mi assicura che non c'era niente fra il signor conte e la padroncina, io dormo tranquillo, e il signor conte può sposar chi gli pare.
—Che storia è questa?—gridò il prete, turbandosi.—Tu mi dirai ogni cosa. Come sai che il conte Malatesti si sposa?
—Eh, come lo sanno tanti altri, che lo hanno sentito laggiù, nella locanda della Rosa. Lei, deve sapere, Don Pietro, che io, aspettando un'occasione di vedere il conte Gino, avevo detto al suo portiere: rimarrò tutto questo giorno a Modena, e sono alloggiato alla Rosa, fuori porta San Francesco. Dunque, eccomi alla Rosa, non sapendo che fare. Lei indovina già quel che ho fatto: mi son seduto sopra una panca, e ho bevuto un bicchier di trebbiano. C'era della gente che mi ha offerto di giuocare una partita ai tressetti, ed ho fatto volentieri il quarto ai tressetti. Così mi è accaduto di far conoscenze e di barattar quattro ciarle coi miei compagni, gente di servizio come me. Uno di essi era nientemeno che sottocuoco in una casa di nobiloni.—«Ciriaco,—gli hanno detto ad un certo punto,—è dunque vero che la marchesina si marita?»—«E che cosa volete che facesse?—ha risposto lui.—Il suo giorno è venuto.»—E lì, di chiacchiera in chiacchiera, son venuto a sapere che lo sposo era il conte Malatesti. Non ho potuto trattenere la lingua, e ho domandato se si trattava proprio del conte Gino. Allora hanno domandato a me come lo conoscevo, ed io, facendo l'ignorante, ho risposto, che lo avevo incontrato una volta a Pievepelago.—«Ah, sicuro!—mi dissero.—Lo avrete veduto quando lo avevano mandato lassù in esilio. Ora gli hanno perdonato, e il signor conte, forse per mostrare che fa giudizio, si è risoluto di prender moglie.»—«E si farebbe giudizio tutti, a quelle condizioni!—soggiunse un altro.—Sposa la più bella ragazza di Modena.»—«Ah, sì? Ci ho gusto,—risposi,—perchè mi è parso un signore molto grazioso. E chi è la sposa, se è lecito?»—«La padroncina di Ciriaco, la marchesina Baldovini»—Eccole, Don Pietro, quello che seppi il primo giorno, mentre aspettavo che il conte Gino capitasse alla locanda, o mi mandasse a chiamare. Non vedendolo, e sperando che ritornasse da Bologna, dove mi dicevano che fosse andato, aspettai ancora due giorni; e questi li occupai, facendo amicizia con Ciriaco, passeggiando e trincando con lui. Mi ha confermato tutto, e mi ha detto anche tante altre cose, di questo matrimonio, delle relazioni che c'erano già tra il signor Gino e casa Baldovini, che ora si andrebbe troppo in lungo a volerle riferire. Signor prevosto,—conchiuse filosoficamente Pellegrino,—il conte Malatesti non si lasciò vedere; era sempre a Bologna, come mi disse la seconda volta il portiere, e in un modo da lasciarmi capire che potevo risparmiare la fatica di andarci una terza. Ma se anche fosse ritornato a Modena, mi par di capire che aveva ragioni tanto forti da non iscomodarsi con una gita alla locanda della Rosa.
—Questo è un giudizio temerario,—disse Don Pietro.—Non va bene dubitare così degli amici. Se era a Bologna!…