—Bravissimo!—disse Aminta.—E allora come va che non hai veduto il conte?
—Ecco qua. Avevo appena finito, che il portiere mi rispose:—Sarà impossibile che vi mandi a dire qualche cosa, perchè non è in città.—Diamine!—esclamai.—Dov'è andato?—A Bologna, e non ritornerà che domani a sera, o doman l'altro.—Ringraziai, allora, e me ne tornai alla locanda, pensando che cosa avrei dovuto fare. Se ritorno alle Vaie, dissi fra me, il signor Aminta mi sgriderà, e giustamente, poichè m'aveva mandato perchè vedessi il signor conte. Così aspettai un altro giorno, sempre fermo alla locanda. Il giorno seguente non osai muovermi neanche; soltanto verso sera m'incamminai verso il palazzo Malatesti e giunto là mi presentai nuovamente al portiere.—Non ho potuto partire, in questi due giorni,—gli dissi,—e son venuto ancora a vedere se il signor conte Gino ha comandi da darmi.—Il conte Gino non è ancora ritornato.—C'è speranza che ritorni domattina?—Nè domattina, nè per parecchi giorni ancora; ha scritto che le sue faccende lo tratterranno dell'altro, forse una settimana, a Bologna.—
—Che faccende!—esclamò il signor Aminta.
—Non me ne ha detto nulla;—rispose Pellegrino, che aveva presa l'esclamazione per una domanda.—Ella capirà, signor Aminta, che io non me la sentivo di restare una settimana a Modena, lasciando Lei e il signor Francesco nell'incertezza. Perciò mi son risoluto di ritornare. Ma se vuole che io rifaccia la strada….
—No, non occorre, per ora. Al poi, penseremo più tardi.—
Quella sera in casa Guerri si seppe che il viaggio di Pellegrino era stato inutile, come l'espediente del libro e della lettera ond'era accompagnato. La cosa dispiacque molto anche a Don Pietro, che aveva avuta l'idea di quel viaggio. Non si parlò di briscola chiacchierina, ve lo assicuro; da parecchie sere non si pensava più a quei piccoli svaghi.
Capitolo XIII.
Il segreto di Pellegrino.
La mattina seguente, non senza meraviglia sua, Don Pietro si vide capitare in chiesa il famiglio dei Guerri.
—Che c'è?—gli domandò.—Vuoi confessarti?