—Or ora vedrà;—disse Gino.—Entriamo in chiesa, e riceva la mia confessione. Non può ricusarmelo, Don Pietro! Ella verrebbe meno al suo ufficio di consolatore e di giudice. Venga!—

La voce e il gesto tradivano la commozione violenta dell'animo. Don
Pietro temette che, ricusando egli ancora, potesse accadere di peggio.

—Andiamo!—diss'egli.—Ella non avrà invocato inutilmente il mio ufficio di consolatore. Quanto al giudice,—soggiunse,—egli è molto più in alto.—

Gino Malatesti si calmò a grado a grado, seguendo il vecchio prete nell'antico duomo di mastro Lanfranco e della contessa Matilde. Le tre vaste navate, partite da colonne e pilastri alternati, che ricordano nella robusta fattura gli ultimi anni dell'undicesimo secolo, erano deserte in quell'ora, e una luce fioca penetrava dall'alta galleria di colonnini sostenente la volta ogivale del tempio. Don Pietro andò alla sagrestia, per rivestire gli abiti sacri. Era nella chiesa metropolitana della sua diocesi, e poteva confessare colà, come ogni altro ministro del santuario. Gino Malatesti lo vide ritornare, e tosto lo seguì verso un confessionario, dove s'inginocchiò alla grata, con un aspro desiderio di versare nel seno amorevole di Don Pietro, del prevosto delle Vaie, del confessore di Fiordispina, tutta la piena delle sue afflizioni.

Ciò non vi parrà troppo conforme alla solennità dell'atto religioso. Ma perdonate, io descrivo un uomo, con tutte le sue passioni, e con tutte le contraddizioni che la passione comporta, che la passione richiede.

E disse, nell'impeto della passione e del dolore, disse lungamente, il povero Gino Malatesti, con voce soffocata spesso dalle lagrime, com'egli fosse venuto riluttante ad accettare la legge altrui, a compiere il sacrifizio di tutte le sue affezioni, della sua dignità, dell'onor suo. Già, fin dal primo colloquio che aveva avuto con suo padre a Sassuolo, si era persuaso della impossibilità di vincerne l'animo, di renderlo propizio ad una alleanza coi Guerri. Avrebbe potuto resistere, sì, certamente; ma, nella condizione in cui era, non lo doveva già più. Sospettato dal governo ducale, mal perdonato, e solamente per grazia della famiglia, non avrebbe egli con la sua costanza procacciato persecuzioni e danni gravissimi ai suoi amici delle Vaie? Ma questo non era ancor tutto. A lui, quantunque mal perdonato, non avrebbero torto un capello; in vece sua, per ciò che era avvenuto nella festa del Lago, sarebbero stati processati e puniti i Guerri, e non solamente essi, ma ancora quanti altri avevano preso parte alla festa. Appena ritornato a Modena, aveva infatti conosciuto fin dove giungesse il mandato del commissario di polizia. E proprio allora, lasciandogli intendere quanta parte potesse avere una sua risoluzione nella sorte dei Guerri, gli era stato imposto di chiedere la mano della giovane Baldovini. Del resto, che chiedere? Già il conte Jacopo, suo padre, l'aveva chiesta per lui; non si trattava più d'altro che di accettare quanto aveva fatto suo padre. Si decidesse, adunque; sarebbe finita male per i suoi amici, per i re della montagna, se non avesse appagati i desiderii, obbedito ai voleri della marchesa Polissena. Costei, per ragioni che oramai tornava inutile il dire, voleva il matrimonio di Gino Malatesti con la sua figliuola. Lei potente in Modena; lei padrona del cuore del ministro; da lei dipendeva che i Guerri fossero molestati o non fossero. Nè tuttavia il conte Gino si era arreso agli argomenti del padre; si schermiva ancora contro gli assalti della marchesa Polissena; difendeva con ogni sforzo la sua felicità minacciata. Ma il commissario era ritornato da Fiumalbo; la sua relazione, piena di fatti, e più di bugie, conchiudeva per la massima severità contro i Guerri, di cui si riferivano altri discorsi, e gravissimi, oltre quelli che erano stati tenuti nella festa del Lago. Anche il conte Gino aveva letto quel documento, poichè gli era stato posto sott'ccchio dal padre, ed aveva veduto come il commissario zelante fosse andato a rivangare nel passato, accennando ai profughi che i Guerri avevano soccorsi, ospitati, aiutati a passare il confine, nei primi tempi della restaurazione ducale; non tacendo delle armi che avevano nascosto nei sotterranei delle Vaie; raccogliendo infine con arte malvagia tutto ciò che la leggerezza dei testimoni, l'invidia degli emuli, avesse riferito a danno dei Guerri. Il conte Gino si era spaventato; aveva veduta la rovina di una egregia famiglia, non d'altro colpevole che di averlo accolto come ospite e di averlo trattato come uno de' suoi.

Eppure, aveva tentato ancora di resistere; si era umiliato ai piedi della marchesa Polissena, piangendo, implorando il suo patrocinio. Polissena era stata dura, acerba, imperiosa più che mai.—«Vi ho conosciuto,—gli aveva detto,—e non vi amo; non m'importerebbe punto di avervi per genero, se in faccia al mondo, che ha troppo già chiacchierato di noi, non mi foste debitore d'una riparazione.»—Il poveretto aveva allora scritto una lettera addolorata al signor Francesco Guerri. Era la seconda, e come già la prima, scritta due giorni dopo il suo arrivo a Modena, non aveva ottenuto risposta. Il tempo stringeva; la relazione del commissario doveva essere restituita dal conte Jacopo alla marchesa Baldovini, con una risposta finale. O l'annunzio delle nozze, e la relazione, col benigno consenso del ministro, si sarebbe stracciata; o la rottura di ogni trattativa, e contro i Guerri si sarebbe avviato il processo. Il signor Francesco imprigionato? La sua casa perseguitata? Le sue industrie rovinate? Fiordispina, anch'ella, chiamata davanti alla sbarra di un tribunale? Forse incarcerata col padre e col fratello Aminta? Gino Malatesti era vinto; chinò la fronte, accettando che fossero annunziate formalmente le nozze. E la terza lettera ai Guerri, una lettera scritta col sangue del suo cuore, l'aveva impostata egli, per maggior sicurezza, a Bologna.

Come mai quella lettera non era pervenuta alle Vaie? Certo, le lettere di Gino erano intercettate all'ufficio postale di Modena. Ma anche qualcuno che conosceva la sua mano di scritto le intercettava in un altro ufficio, sulla via di Fiumalbo. Don Pietro ricordò allora che alcun tempo dopo la partenza di Gino Malatesti da Querciola, un ufficiale delle poste, mandato per l'appunto da Modena, col pretesto di verificare, di esaminare, di studiare Dio sa che, si era impiantato e Fiumalbo. Lassù, dunque, non bastando la vigilanza a Modena, lassù si sequestravano le lettere dirette ai Guerri.

Ma quella del signor Francesco al conte Gino, portata in Modena, consegnata alla porta del palazzo Malatesti da Pellegrino Menghi, come si era smarrita? Gino protestava di non averla ricevuta. Il poveretto non sapeva neppure che Pellegrino fosse disceso a Modena. Era stato custodito da tutte le parti, spiato, vigilato a dovere, e aveva ben ragione dicendo che una vasta congiura si era ordita contro di lui, stringendolo come in una rete di ferro.

Infine, a lui, ignaro di tutto, era parso d'indovinare che i Guerri non intendessero l'animo suo, nè la necessità del sacrifizio a cui aveva pur dovuto adattarsi. E questo era stato ben grave, più grave che il medesimo Don Pietro non potesse immaginarsi, dopo il racconto di Gino. Perchè, infine, doveva egli dir tutto? La cosa era brutta, orribile, odiosa, dopo un solenne giuramento da lui fatto, davanti agli altari; ma così era, egli non amava la donna che gli avevano data per forza. Tra lui e quella donna si frammetteva sempre un'immagine….