Don Pietro non avrebbe voluto sentirne più altro. Quei discorsi di immagini misteriose confondevano il suo spirito invecchiato nella ingenuità della vita campestre. Ma Gino incalzava, Gino che la vedeva ancora, l'immagine, Gino che la sentiva, bella come la passione, terribile come il rimorso. Ed anch'essa, anche Elena, doveva indovinarlo, quel non so che di arcano, di contrario a lei, ond'era occupato lo spirito di suo marito. Nè si attentava di chiedergli nulla? Nè si fermava a dolersene? Quella giovane sposa osservava, con la curiosità attonita dei bambini, quando stanno davanti a tal cosa, nuova per loro, che non sanno ancora se li farà piangere o ridere.

Gino Malatesti non lo intendeva, o non si fermava a pensarci, egli che tanto vedeva dentro di sè. Quand'anche lo avesse inteso e ci avesse pensato, probabilmente non se ne sarebbe doluto, fors'anche gli sarebbe parso un giusto riscontro alla sua medesima freddezza. L'animo di Elena si allontanava da lui senza sforzo, o, per dire più veramente, anche nella vicinanza più stretta non si fondeva con quello di Gino. E in quella calma noncurante, sotto l'aspetto di una confidenza superficiale, si maturavano i germi di nuove curiosità.

Un giorno la bella contessa Malatesti aveva detto a sua madre, con quel piglio d'ingenua che la sa lunga più che la parola non dica:

—Mio marito è uno smemorato, ma uno smemorato d'una specie nuova. Ha sempre l'aria di cascar dalle nuvole; ora diresti che vuol ricordarsi di qualche cosa, ed ora che vuol dimenticarsi di qualche altra.—

La marchesa Polissena aveva guardato attentamente sua figlia; ma la pupilla di Elena era serena, nessun pensiero sottile luccicava là dentro.

—Mi pare strano;—rispose allora, con tranquillità la sempre bella marchesa.—Egli ha già tanto dimenticato, a venticinque anni, con quel suo carattere d'uomo felice!

—Ah, lo credi anche tu un pochino egoista?—replicò la contessa.—Ma perchè prendono moglie allora? Non potrebbero contentarsi di amare sè stessi?—

La marchesa Polissena non reputò necessario di dire a sua figlia come e perchè Gino Malatesti si fosse ammogliato. Le bastava che di quel matrimonio non fosse molto dolente sua figlia. Carattere assai più felice di quello che essa riconosceva in suo marito, la contessa Elena Malatesti poteva anche consolarsi di una freddezza che veniva a lei come la prima e sola rivelazione dello stato matrimoniale. Non aveva da far paragoni, allora, per vedere in quella freddezza smemorata un'offesa. I paragoni li avrebbe fatti poi, e come! Il sangue non è acqua, e la contessa Elena Malatesti non per niente era figliuola di Polissena Baldovini.

Ritorniamo a Don Pietro. Egli aveva ascoltata la confessione di Gino Malatesti, lo compativa, era vinto; più ancora, egli stesso esortava quel disgraziato a dimenticare, a cacciar da se l'immagine importuna della fanciulla dei Guerri, a concentrare tutti gli affetti suoi nella donna che aveva sposata. Era il caso di venire a bella posta dalle Vaie, per far quella parte! Ma ricordate che in quel punto Don Pietro Toschi aveva la stola, esercitava il suo ministero di consolatore e di giudice. Ahimè, tra non molto avrebbe dovuto esercitarlo anche lassù, dove gli occorreva ritornare, e donde sarebbe stato meglio non muoversi affatto.

—Figliuol mio, soffrite!—diceva egli a Gino.—Tutto ciò è avvenuto per una suprema volontà, di cui non dobbiamo scrutare i fini reconditi. Soffrite, mio povero amico, ma soffrite in voi e per voi; che vostra moglie non veda sorgere un'ombra tra voi due. È un'ombra di dolore, lo so; ma dovete cacciarla egualmente, come se fosse un'ombra di peccato. Infine, voi siete legato da un nodo indissolubile, a quella giovane vita; nè per effetto di noncuranza vostra debbono sorgere altre ombre ad offuscare la mente di vostra moglie, a turbare nel cuor suo il sentimento dei più sacri doveri.—