Capitolo XV.

Anima forte.

Il povero Don Pietro riprendeva in quel medesimo giorno la via dei monti. Ah sì, come lo aveva pensato dianzi, nel tribunale della penitenza, lo pensava ancora in carrozza, sulla strada di Sassuolo; gran fortuna sarebbe stata per lui non muoversi dalle Vaie. Santi gioghi d'Appennino, quanto meglio è il vivere sotto le vostre grandi ombre, anzi che scendere nei centri popolosi, a confonderci lo spirito in mezzo a tutte quelle passioni intricate e malsane, che muovono i desiderii e governano gli atti degli uomini civilizzati! Anche lassù, nei volghi agresti, hanno imperio le cupidigie, e generano il peccato; ma lassù non sono dotte complicazioni di colpa, non artificiose cospirazioni di più vizi, non raffinatezze di crudeltà e di scelleraggine.

Crudeltà e scelleraggine, erano queste le parole che venivano alla mente di Don Pietro Toschi. Infatti, era ben crudele, ben scellerato il disegno che aveva oppresso la onesta volontà di Gino Malatesti, e di cui aveva a soffrire per sempre una povera fanciulla innocente. Don Pietro aveva indovinato, frammezzo a tutte le reticenze di Gino, come il suo giovine amico sarebbe stato alieno, riluttante ad ogni idea di matrimonio con Elena Baldovini, anche se il cuor suo non fosse rivolto e consacrato all'amore di Fiordispina Guerri. E pensava allora con raccapriccio che le città, le città sole, celano di cosiffatti orrori sotto la superficie levigata delle loro consuetudini.

Il vecchio prete aveva ignorato fino allora tutte quelle combinazioni sapienti con cui la società elegante aggiusta ogni cosa, confidando perfino di aver nascoste altrui le sue piaghe, perchè le ha dissimulate a se stessa. Indovinando il vero, Don Pietro si turbava profondamente, pensando che Elena Malatesti potesse un giorno indovinarlo anche lei. Quale sventura, se la giovane contessa giungesse a sapere di qual mercato fosse stata vittima, a quali convenienze l'avesse sacrificata sua madre! Anima candida nella sua semplicità montanara, Don Pietro Toschi non si sarebbe persuaso mai che la contessa Elena sapesse, immaginasse già tutto, e non ci vedesse niente di strano. Il dabben uomo ignorava che su queste cognizioni del passato, così facilmente raccolte dalla innocente fanciulla nella gran confusione della vita odierna, si preparano gli argomenti del proprio diritto a fare altrettanto, o almeno si tengono in serbo come giustificazioni per tutte le debolezze del futuro. Non si può dire che la società moderna ami distruggere le vecchie istituzioni; essa le conserva molto rispettosamente e le adatta ai nuovi usi, come si fa dei vecchi palazzi. Perciò, anche dal matrimonio ella ha saputo cavar profitto, conservando le belle forme monumentali, rafforzandone le fondamenta, ove occorra, incatenando con dotta arte le mura maestre, cementando le crepe, rinfrescando l'intonaco; ma dentro…. oh, dentro, ella è stata felicissima nelle sue novità, aprendo usci e corridoi, dando aria da una parte e levandone il soverchio da un'altra, mutando in salotti i loggiati, dividendo in gabinetti le spaziose gallerie, adattando insomma, adattando sempre, con giudiziosa sollecitudine, affinchè nell'antico edifizio trovi comodità maggiore la gente nuova, con le sue nuove miserie, che sono poi, a ben guardare, le vecchie miserie trasformate. Non vi piace la immagine del palazzo antico? Eccovi una quercia, tre, quattro volte secolare. Ha cento rami, che stende in largo ombrello sul sentiero, e alle vecchie frondi ne aggiunge ogni anno di nuove, tanto che la direste un esempio di eterna giovinezza. Vi accostate; il suo tronco è aperto nel mezzo, cavernoso, smidollato addirittura. Ma che importa? L'apparenza da lontano è stupenda; il pittore paesista si ferma, mette mano alla tavolozza e ne fa un bozzetto per la prossima esposizione; poi, avvicinandosi anch'egli, vede l'antro scavato nel tronco, ed esclama:—oh guarda! c'è posto per due!—

Ah, Don Pietro! Don Pietro! Che vi serve essere stato prevosto quaranta e più anni, e avere studiato da mezzo secolo il trattato De Confessario? La società moderna ha più complicazioni di debolezze, che non ne abbiano veduto e segnato i vostri casisti più famosi. Buon per voi esser vissuto sempre tra la gente dei campi, dove è rustico, feroce qualche volta, ma semplice, indotto, quasi senza cognizione di sè stesso, il peccato.

Il povero prevosto aveva un aspetto compassionevole, quando giunse co' suoi drappelloni nuovi, e con le sue cognizioni anche più nuove, alle Vaie. Lo aspettavano tutti con ansia, e primo fra tutti il signor Francesco Guerri, a cui raccontò per filo e per segno quanto aveva udito dal conte Malatesti.

—Infine,—conchiuse il buon prete, sospirando,—il signor Gino è stato mosso da un buon sentimento, Ha voluto salvar tutti noi da molte noie, anzi da gravissimi dispiaceri, che per la casa vostra sarebbero stati anche una vera rovina. Me lo ha giurato, e per dare maggior solennità al suo racconto, ha voluto dirmi ogni cosa in confessione.—

Non c'era nulla da rispondere a quel ragionamento di Don Pietro. Il signor Guerri capì benissimo che il conte Malatesti si era trovato colto in mezzo a troppe difficoltà, e che il meno male per tutti era per l'appunto il partito a cui s'era appigliato. Ma pensò anche a sua figlia, il vecchio Guerri, a sua figlia che tutte quelle spiegazioni non avrebbero persuasa egualmente, o non sarebbero bastate a guarire.

Aminta fu più aspro e più schietto.