—Meglio tutti noi in carcere e la casa in rovina, se potevano trovarci in colpa per amor di patria; ma egli doveva mantener la sua fede.—
Anche Fiordispina seppe ogni cosa; ma non volle essere consolata.
—L'avevo immaginato;—diss'ella.—Il conte Gino è infelice, io gli ho perdonato. Non mi si dica più altro.—
Da quel giorno il nome di Gino Malatesti non fu più pronunziato alle Vaie. Al padre, che la esortava a dimenticare, l'animosa fanciulla rispose:
—Quello che ti ho promesso ho mantenuto; non ho pianto, non piangerò.
—Grande promessa!—esclamò il signor Francesco.—Amerei meglio vederti piangere.
—Perchè, padre mio? Perchè sfogassi il mio dolore? No, non sarà mai! Vedi? Sento un piacere molto profondo a non piangere. Non creder dunque che io divori le mie lagrime. Mi par d'essere in sogno, e che il sogno duri. Aspetto io che finisca? Non so; vado avanti così, senza desiderare, senza aspettare, senza temere. I giorni passano, ed io sono ancor lì a vivere con le mie care memorie. È forza? è debolezza? Non so neppur questo. Qualunque cosa sia, ringrazio il Signore che me la manda.—
Il vecchio padre non chiese di più. Ella era grave, tranquilla, operosa; attendeva alle solite cure, e niente era mutato per lei nella casa dei Guerri.
L'avrete già veduta, anche senza fermarvi a considerarla, quella casa severa, dove tutti, vecchi e giovani, son gravi nell'aspetto, misurati nelle parole, riguardosi negli atti, uniformi, quasi monotoni nelle consuetudini della vita, non sorridendo mai che a fior di labbra, attendendo con fredda regolarità a tutte le cure della giornata. «Gente metodica!» si esclama, e pare di aver detto ogni cosa. «Come possono trovarci gusto, a viver così?» soggiunge qualcheduno. E infatti, non ci trovano gusto; tirano avanti così, perchè questo è l'obbligo, e sopportano la vita come un fardello. Pensateci un poco, guardate attentamente, e vedrete che tutte quelle persone vivono sotto il peso di una grande sventura, o d'una piccola che credono grande, perchè ognuno ha il suo modo di vedere e di sentire le noie e le afflizioni di questo mondo. Se cogliete quelle persone sul punto in cui si raccolgono insieme, a tavola, per esempio, osserverete ancora che si guardano in viso, come interrogandosi a vicenda, ma che tutte egualmente si chiudono in sè, per un sentimento che pare di diffidenza scambievole, e non è in quella vece che un delicato riguardo. Così vivono, così tirano innanzi, noverando i giorni della loro tristezza.
Così andava la casa dei Guerri, poichè l'aveva colpita la sventura di un alto disinganno. E lei, la figliuola prediletta, l'angelo della famiglia, per cui tutti vivevano, su cui tutti avevano gli occhi, era calma negli atti, serena nell'aspetto, e niente tradiva l'interna pena di quella giovane esistenza. Pareva una di quelle soavi creature dei primi secoli cristiani, che santificavano la casa, non potendola più rallegrare, e già consacrate al nuovo Iddio, vivevano quiete e forti nel mondo. Una pietà non sempre più ardente, quantunque più rumorosa, doveva inventare i cenobii, le fastose solitudini, i violenti sagrifizi e le spettacolose penitenze; ma per allora tenevano il campo, non abbandonando la casa, le semplici virtù umane, fedeli al culto di tutti i doveri domestici: e figlie e spose e madri esemplari, accettando il posto in cui le aveva collocate la sorte, venerando il loro Iddio, pronte ad affermarlo con l'olocausto della vita, ma desiderose di edificargli un tempio nelle loro famiglie, vivevano le Cecilie e le Moniche, combattendo in un modestissimo campo non oscure battaglie.