Fiordispina Guerri non aveva più facile il sorriso, nè la parola lieta; e di ciò si doleva profondamente, ma non le era dato mutarsi. Pronta a tutti gli sforzi morali che non dimandassero gaiezza di umore, quando vedeva i suoi troppo accigliati, andava a sedersi davanti al pianoforte e ripassava la sua musica, senza scegliere, come le veniva alle mani. E le mani obbedivano agli occhi, e gli occhi seguivano l'indicazione delle note. Così sembrava prender diletto nella sua occupazione musicale, e le armonie suscitate da lei, se non allietavano nessuno, sortivano almeno quell'effetto che sempre ha prodotto la musica: rasserenavano gli spiriti.
—Chi sa?—disse un giorno fra sè il signor Francesco Guerri, dopo qualche mese di quella vita monotona, mentre la sua bella figliuola, seduta al pianoforte, passava da un preludio delicato di Bach ad un'aria allegra di Mozart.—Chi sa? Potrebbe fare un miracolo, il tempo!—
Appunto in quei giorni capitò alle Vaie una lettera dei cugini Guerri, che vivevano sul Reggiano. Annunziavano ai loro congiunti del Modenese il prossimo matrimonio di Ruggero con una Campolonghi di Modena. Famiglia ottima, i Campolonghi, ed eccellente partito; perciò si affrettavano a darne l'annunzio, sicuri che la cosa avrebbe fatto piacere ai loro cari parenti. Il signor Francesco aveva appena mandata la sua lettera di congratulazione, quando ne giunse un'altra da Modena; e questa la scriveva Ruggero, il semplice ed affettuoso Ruggero. Non accettato da Fiordispina, per ragioni che non offendevano il suo amor proprio, il cugino Ruggero mandava di tanto in tanto sue nuove alle Vaie. Quella volta, poi, era felice di mandarne un'altra più importante, sperando che i suoi buoni congiunti avrebbero veduto volentieri quella unione, che rispondeva a tutte le esigenze della famiglia, come a tutti i voti del suo cuore.
—Ne sono veramente felice!—disse Fiordispina, poi ch'ebbe letto anche lei.—È un bravo giovane, il nostro cugino Ruggero.—
Il vecchio Guerri tentennò la testa, e battè ripetutamente le labbra, come se volesse trattenere una osservazione, che era lì lì per saltar fuori.
—Capisco;—riprese la fanciulla, notando l'atto, e andando risolutamente incontro al pensiero di suo padre.—Ma tu lo sai bene, babbo; io non ero fatta per lui.
—E per chi, Dio buono, per chi?—gridò il signor Francesco, che oramai non poteva più stare alle mosse.
—Per te, per voi tutti;—rispose la fanciulla.—E non è già una bella sorte? Fatemi il piacere, se mi amate davvero come io vi amo, non mi state così aggrondati da mattina a sera! Che è ciò? Pare che qualcheduno vada a morire, e che voi dobbiate accompagnarlo. Non ho da voler nulla, io, che son l'ultima della casa; ma una cosa mi permetterete di volere, ed è questa, che non siate più tristi di me. Sono tranquilla, io, sono contenta; potete esser tranquilli e contenti anche voi. Ma basta, non aggiungo altro; se no, quando viene Don Pietro, gli direte che ho fatto una predica. Scriveremo invece al cugino Ruggero, e lo pregheremo che ci mandi il ritratto della sposa. Ho una grande curiosità di vedere com'è.—
E scrisse lei la lettera, un miracolo di temperata festività e di buon gusto, congratulandosi col cugino della sua scelta ed augurandogli ogni bene. Le suonava graziosamente all'orecchio il nome della sposa, Marianna, che ne raccoglieva due egualmente belli, Anna e Maria, Non le restava che un desiderio, e vivissimo, di veder la figura.
Il ritratto fu presto mandato, e non da Ruggero, ma dalla stessa fidanzata di lui, dalla signorina Marianna Campolonghi, alla vezzosa e cara Fiordispina Guerri, che era tanto felice di poter chiamare cugina, anche anticipando di due mesi, che tanti ne dovevano correre ancora da quel giorno alla celebrazione delle nozze. La lettera era semplice, ma piena di garbo; faceva fede di buoni studi e prometteva una cara donnina, degna del cugino Ruggero e nata a bella posta per farlo felice. Allo scritto corrispondeva poi la figura; il dagherrotipo mandato dalla signorina Marianna alle Vaie recava l'immagine di una bella ragazza, alta e snella, di capel bruno, di carnagione pallidina ma sana, con due begli occhi grandi ma espressivi, come se ne vedono tanti, per fortuna sua, nella regione Emiliana.