—Ecco qua: noi ci lagniamo di dover vivere nelle nostre città capitali, che hanno il grave torto di non rassomigliar tutte a Parigi. E qui, e in tanti luoghi consimili tra i monti, vive un popolo industre e buono, che si contenta de' suoi villaggi appollaiati sui greppi, nè sembra accorgersi che le sue abitazioni sono catapecchie e stamberghe. Anche qui ci sono i ricchi, i potenti, e si adattano al modesto costume dei padri loro. Non manca neppure il re, e questo re della montagna molto probabilmente non possiede le querci per sedercisi sotto, a render giustizia, ma per tagliarle via via e mandarle ai lontani cantieri. Qui non saranno ricercatezze di cibo, non salse, non intingoli; ma pezzi di cinghiale, uccelli di passo, quarti di bove o d'agnello, arrostiti all'omerica, e magari serviti in piatti di argilla, su d'una tovaglia di canapa. Ma che importa? Sono felici egualmente.—

Così andava almanaccando, e gli ricorrevano alla mente i bei versi di
Bernardo Tasso, intorno alla vita campestre:

O pastori felici,
Che d'un picciol poder lieti e contenti
Avete i cieli amici,
Nè di mar paventate ire o di venti!
Noi vivemo alle noie
Del tempestoso mondo ed alle pene;
Le maggior' nostre gioie
Ombra del vostro bene,
Sono di fiele e d'amarezza piene.

Questo è su per giù il ragionamento che tutti fanno, quando, sottratti al fascino delle città rumorose, si trovano al cospetto della santa natura. Non bisognerebbe per altro che la cosa durasse! A buon conto, Gino Malatesti ricordava tutte queste belle cose, per conchiudere che i re della montagna dovevano vivere anch'essi maluccio.

Il suo monologo fu interrotto dalla fermata del signor Aminta. Quaranta o cinquanta passi più su dalla chiesa e dalla canonica che vi ho descritta, sorgeva la casa, o, per dire più esattamente, il ceppo di case che Gino aveva veduto da lungi, sovra il colmo dell'erta. Erano parecchi tetti raccolti in pittoresco disordine attorno ad un tetto più alto. La fabbrica di mezzo, la più grossa, senz'essere niente più intonacata delle altre, manifestava certe sue pretensioni signorili, nell'ordine doppio e abbastanza regolare delle finestre, come nelle persiane verdi del pian di sopra, che contrastavano allegramente con le mura nerastre e con le rappezzature del tetto.

Il signor Aminta era smontato da cavallo, davanti ad un portone, o piuttosto ad un grand'arco, aperto a guisa di breccia nel muro. Sotto quell'arco profondo era un andito, mezzo occupato da cinque o sei scaglioni di pietra, che non andavano mica diritti, ma giravano un pochino di sbieco, fino ad un pianerottolo, fiancheggiato da due tozze colonne, unico sfoggio architettonico di quella costruzione, evidentemente fatta in più tempi. Tra le colonne era un uscio spalancato, che lasciava vedere le pareti affumicate di una larga anticamera.

—Ci siamo;—disse il signor Aminta al suo ospite, che era smontato da cavallo egli pure.—Chiuda gli occhi, per altro.

—Li terrò bene aperti, anzi, per vedere una casa ospitale;—rispose
Gino, sorridendo.

E saliti quei cinque o sei scaglioni di pietra, entrò, seguendo il signor Aminta, nella vasta anticamera, dove non era che un grosso camino contro la parete, e davanti al camino una panca a semicerchio, col suo schienale alto, per ripararla dall'aria di fuori. Là, nelle sere d'inverno, e, dato il clima del luogo, anche in quelle di primavera e di autunno, dovevano raccogliersi intorno alla fiammata i re della montagna, coi loro famigli e con qualche viandante intirizzito. Nè sedie, nè altri arredi, si vedevano là dentro. Unico lusso, e certamente di altri tempi, una fascia di pietra che correva intorno alla cappa del camino, recando una leggenda scolpita a grosse lettere: «Dalla guerra alla pace» e uno scudo nel mezzo, alla spada rizzata in palo, con la punta abbassata.

—Avanzi di pretese nobilesche!—pensò Gino, vedendo lo scudo, ma non avendo tempo di leggere il motto.