Il signor Aminta, che fino allora lo aveva preceduto, gli faceva cenno di passare in un'altra stanza, più piccola, ma più arredata della prima. Il nostro giovanotto vide una tavola di querce appoggiata al muro, e alcuni seggioloni con le spalliere e i sedili di cuoio; roba antica, se volete, ma non elegante. Di là il nostro Gino fu fatto entrare in una terza stanza; e questa era una piazza d'armi senz'altro. Anche là si vedeva il camino, con la sua cappa alta, di pietra serena, scolpita a fogliami, e la leggenda che sapete e lo scudo che conoscete, ma questa volta dipinto, la spada d'argento e il campo d'azzurro.
Gino diede una guardata all'intorno, ed ebbe argomento a mutare un pochino la sua prima opinione. Aveva veduta anzitutto, nel mezzo della sala, una lunga tavola da pranzo, capace almeno di trenta posti. Era una tavola di querce, inverniciata a dovere, come si vedeva dai piedi lavorati al tornio, poichè la lastra era ricoperta da un gran tappeto rosso, listato d'un fregio nero. Dalle pareti pendevano alcuni vecchi quadri a olio, con ritratti di famiglia, non eccellenti forse come opere d'arte, ma con le loro cornici intagliate e dorate a fuoco. Dove non erano quadri, sorgevano da terra scaffali di libri, che attrassero tosto l'attenzione del viaggiatore. Strana cosa, là dentro! Erano tutte edizioni moderne, volumi rilegati di marocchino, e, dando un'occhiata ai titoli, il conte Gino riconobbe poeti e prosatori italiani, antichi e nuovi, insieme con opere francesi, inglesi e tedesche, nel loro testo originale.
Questa fu la gran maraviglia di Gino, e gli strappò un grido dal labbro.
—Poca cosa!—disse il signor Aminta, accostandosi.—Non siamo abbastanza provveduti, in materia di libri.
—Come?—gridò il forastiero.—Ci hanno….—E qui voleva dire:—Ci hanno assai più di noi, ad onta dei quattromila volumi che ingombrano la nostra biblioteca.—
Infatti, la libreria dei conti Malatesti era stata messa insieme da un prozio vescovo; archeologia sacra e teologia, in gran parte, e non era stata più accresciuta nè completata. Là, invece, nella libreria dei Guerri, c'era in quattro cinquecento volumi il fiore di quattro letterature.
Perciò il conte Gino terminò la sua frase, dicendo:
—Ci hanno tutta roba moderna, e mostrano di aver familiari le lingue estere.
—Ah sì!—disse il signor Aminta.—Ma non creda che le abbia familiari io, queste lingue. Faccio molto a sapere il mio italiano, e un po' di francese, che non ho mai occasione di parlare.—
Gino voleva chiedere chi fosse, in famiglia, che sapeva, oltre il francese, il tedesco e l'inglese. Ma, da persona bene educata, si astenne dal domandare quello che il suo interlocutore non aveva creduto opportuno di dirgli.